«Via da Nassiriya. Ma senza fuggire»

Bertinotti chiede che le truppe italiane in Iraq vengano ritirate senza indugio, Prodi annuncia un calendario per il ritiro se gli elettori lo manderanno a Palazzo Chigi, D’Alema propone il ritiro dopo le elezioni irachene di dicembre, Rutelli preferisce dopo le politiche italiane, Fassino pensa che il ritiro possa avvenire nel corso del 2006 ma sottolinea, come Prodi, che serviranno consultazioni con alleati e governo di Bagdad. Senatore Amato, lei riesce a capire quale sarà la exit strategy italiana se il centrosinistra vincerà le elezioni?
«Se la premessa di questa domanda è che esistono posizioni diverse tra le quali non si capisce quale prevarrà, io dico che non è così. In realtà quel che dovrebbe colpire è che sul tema esistono fondamentali convergenze, forse con la sola eccezione di comunisti e verdi che hanno confermato la loro richiesta di ritiro immediato. L’Ulivo invece è unito nella sua intenzione di far rientrare i nostri militari ma con una attenzione al modo in cui questo accadrà e con una gradualità che lasci spazio a diverse ipotesi di calendario. I compiti svolti dai nostri militari devono evidentemente essere trasmessi ad altri, non si tratta di fuggire da una trincea sotto il fuoco nemico. Più in generale, il centrosinistra pronto a diventare governo deve porsi il problema del ruolo dell’Italia in una strategia per la sicurezza e contro il terrorismo. Spero che questo ruolo apparterrà a una strategia europea per la sicurezza, e non si tratta qui soltanto della passione di un europeista. Tre anni fa l’America aveva una forza tale da rendere irrilevanti le posizioni europee, oggi la situazione è cambiata: il presidente degli Usa somiglia alla cosiddetta anatra zoppa e l’opinione pubblica americana non lo segue più nelle impostazioni con le quali ha gestito il tema della lotta al terrorismo in questi anni».
Alla luce di questa analisi, quale calendario possiamo immaginare per il nostro ritiro militare dall’Iraq ? Comunque nel 2006?
«Anche ora che l’Onu ha prolungato per un anno il mandato della Forza multinazionale, la questione del 2006 è soprattutto una questione statunitense. Se gli Usa pensano di ritirare durante l’anno 40.000 uomini, e c’è chi propone di ritirarne 80.000, il ritiro di 3.000 italiani tutti concentrati in un unico luogo può avvenire anche prima della fine del 2006. Io trovo che sia sbagliato dire tutti a casa nello stesso giorno, ma è evidente che se 40.000 americani se ne vanno il loro posto sarà preso da iracheni, e non sarà difficile riempire il vuoto anche di 3.000 italiani a Nassiriya. Insisto però a dire che il disimpegno non deve essere un ritiro dal problema sicurezza, anzi, forse si tratterà piuttosto di un ingresso» .
In che senso?
« Nel senso che la scelta di intervenire in Iraq fu fatta da Bush in una chiave che stava tra l’ideologico e l’approssimativo, e oggi ha portato la più grande potenza militare del pianeta a impantanarsi in una situazione grave pur essendo riuscita a liberare il mondo da Saddam Hussein. Il risultato è stato di complicare il problema della sicurezza invece di risolverlo. Bush è riuscito a fare un gioco di specchi sui legami che non c’erano tra al Qaeda e Saddam e sulle armi di distruzione di massa che non c’erano proprio perché allora fu detto all’opinione pubblica che quella era una battaglia per la sicurezza e la libertà. Non c’è dubbio che ci sono state le elezioni, non c’è dubbio che malgrado i problemi la situazione dell’Iraq è oggi aperta al futuro ben più di quanto lo fosse ai tempi di Saddam, ma la sicurezza nei confronti del terrorismo, ne ha avuto un giovamento? La risposta è un secco no. Il terrorismo ha acquistato un nuovo terreno di coltura che è appunto l’Iraq, e qualunque stratega oggettivo colloca oggi l’Iraq tra i Paesi dai quali possono partire azioni terroristiche. Ecco perché l’impegno per la sicurezza va ripensato, ed ecco perché bisogna domandarsi, come in queste ore tristemente dimostra la strage di Amman, se non siano state incoraggiate le condizioni perché il terrorismo colpisca sempre di più anche fuori dall’Iraq» .
La nostra arma è la democrazia?
«Doveva esserlo, certo. La battaglia per la libertà doveva essere condotta in nome della superiorità della democrazia, furono proprio i neocons a farne un dogma. Ma si può esportare la democrazia con Guantánamo, si può esportare la democrazia con i centri di detenzione che scopriamo anni dopo, si può esportare la democrazia impuntandosi al Senato Usa perché non venga approvato un emendamento contro l’uso della tortura? Il danno che viene così fatto a una battaglia sacrosanta per la democrazia nel mondo è assolutamente gigantesco. Non solo non si è contribuito alla sicurezza, ma è stata anche danneggiata la causa ideale sotto la quale si è nascosta l’inesistenza di ragioni di sicurezza. E questo ora non lo pensa soltanto l’opinione pubblica Usa, lo pensa anche il grosso dell’ establishment repubblicano. Allora eccoci al paradosso: oggi gli Stati Uniti hanno finito per creare un vuoto che va riempito, se c’è un momento in cui una proposta europea per la sicurezza può avere uno spazio il momento è oggi» .
Rimanendo all’Iraq, quale potrebbe essere questa proposta?
«Io vedo due questioni. Una è quella di un ritiro forte di truppe, perché bisogna responsabilizzare gli iracheni che su un certo numero di uomini addestrati ormai possono contare. A Bagdad serpeggia una logica che ho visto anche altrove: più a lungo rimane l’occupante e meglio è, c’è sempre qualcuno con cui prendersela e non mi assumo io i rischi politici. La seconda cosa da fare è evitare che i sunniti vengano tagliati fuori dalla rendita petrolifera. Perché se così fosse in Iraq la sicurezza non ci sarà mai» .
E’ vero che senza la collaborazione dell’Iran non avremo la pace in Iraq?
«L’influenza iraniana è indiscutibile, basta pensare che l’attuale premier e il capo spirituale sciita al Sistani hanno trascorso moltissimi anni in Iran. E questo rende cruciale, anche in funzione della vicenda irachena, il nostro rapporto con Teheran. Il paradosso finale dell’avventura irachena di Bush sarebbe di vedere l’espansione di una influenza anti-occidentale proprio là dove si era deciso di fare la guerra per compensare gli scricchiolii dell’Arabia Saudita con un allargamento della sfera filo-occidentale. Ma questo paradosso è ancora evitabile» .
Con quale politica verso l’Iran?
«Occorre tener conto che Ahmadinejad potrebbe esprimere l’ultimo sussulto di una parte minoritaria ma fortemente organizzata del clero sciita iraniano. Noi dovremmo costruire sulle crescenti difficoltà interne di questa fazione oltranzista, altrimenti qualunque strategia rischia di fallire. Le premesse esistono, perché accanto a una società giovane e con forti aspirazioni economiche l’85 per cento della comunità religiosa sciita vorrebbe una più netta distinzione tra religione e politica. Il che non è fatto per rafforzare Ahmadinejad, tanto più se il presidente si lascia andare alle sue minacce contro Israele. L’Occidente ha fatto bene a rispondere come ha risposto,e anche in Iran forse qualche equilibrio si è spostato» .
Ma se Teheran insistesse sulle sue ambizioni nucleari, si potrebbe giungere all’uso della forza?
«In tal caso la via dovrebbe essere quella delle sanzioni incentivanti, cioè fatte di carote che non diamo più che di castighi che diamo. Soltanto così potremo forse far leva sulla parte del Paese che ci interessa. Quanto alla forza, non si rinuncia mai preventivamente al suo uso. Ma occorre anche sapere che non conviene farvi ricorso».