«Via da Kabul anche per dare un segnale chiaro al mondo islamico»

«Sulla missione c’è bisogno della massima chiarezza. E’indispensabile un accordo politico tra Stati su chi va in Libano e su cosa ci va a fare». Il senatore Ds Cesare Salvi vuole che la partecipazione dell’Italia alla forza multinazionale di pace sia «limpida, perché i rischi ai quali andiamo incontro sono elevatissimi». E giudica il ritiro del nostro contingente da Kabul utile, non solo per ragioni tecniche. «Svincolare l’Italia dagli impegni in Afghanistan – afferma – avrebbe il pregio di migliorare i rapporti con i paesi islamici. E, dunque, di sdoganare la missione dall’aggettivo ‘occidentale’».

Senatore Salvi, quali sono i punti critici di questa missione?
Siamo ad un passaggio molto delicato rispetto alla costituzione di questa forza multinazionale. Io credo che la partecipazione della Francia debba essere considerata con grande attenzione, perché i rischi della missione sono elevatissimi. Un conto è partecipare con alle spalle una risoluzione condivisa dall’Onu e dagli altri paesi, a partire da quelli europei, un altro è andarci senza questa unità di intenti. L’assunzione di responsabilità da parte dei francesi, stando a quanto dichiarato ieri dal presidente Jacques Chiraq, è un elemento fondamentale, perché non si potrebbe andare a Beirut in una condizione di parziale isolamento. Questo significherebbe, infatti, assumere un impegno che ci espone a troppi pericoli. Anche sulle regole d’ingaggio auspico che le cose si facciano più chiare. Si dice che la missione ha il compito di supportare l’esercito libanese nelle operazioni di disarmo degli Hezbollah. Ma concretamente questo che cosa significa? Cosa succede se sul campo si crea un contrasto? Sono punti che meritano una riflessione adeguata, un ragionamento approfondito. Perché non ci sarebbe niente di male a ripensare al nostro impegno nel caso in cui questi punti non venissero chiariti.

Un ragionamento che dovrebbe tradursi in ulteriore passaggio del governo in parlamento?
Credo che ve ne sia comunque bisogno. Il passaggio del governo alle commissioni esteri e difesa di camera e senato è stato un momento politicamente vago. Ora bisogna dar conto dell’accordo politico che esiste con gli altri paesi europei, con gli Stati uniti, con le Nazioni unite.

Rispetto a quel passaggio intanto sono cambiate molte cose, a partire dalla posizione del centrodestra, non più così convinto di dare il proprio assenso. E poi ci sono stati i dubbi di Rutelli…
Il centrodestra ha cominciato ad avere paura che la missione in Libano si traducesse in una posizione di prestigio per l’Italia. Hanno voluto prendere le distanze perché hanno cominciato a pensare che il nostro impegno potesse costituire un successo per il governo Prodi. Temo, tuttavia, che finiscano per trovarsi in contraddizione.

Un pericolo che non esiste per il centro sinistra?
All’interno dell’Unione io leggo solo l’esistenza di una dialettica naturale. La Margherità ha assunto, nei giorni scorsi, una posizione un po’ frenante. Ma non drammatizzerei.

Qualche problema all’Unione potrebbe arrivare dall’altro importante capitolo relativo alla missione, quello dei costi. In molti dicono «andiamo via da Kabul per pagare le operazioni a Beirut». Lei è favorevole a questa soluzione?
Mi sembra positiva. Abbiamo davanti una finanziaria molto difficile. Ognuno deve fare il passo corrispondente alle risorse di cui dispone. Lasciare l’Afghanistan per pagare la missione in Libano significherebbe non aumentare le spese militari. E poi ci sarebbero anche altre ragioni di opportunità.

Quali?
Si darebbe un segnale positivo al mondo islamico: andare a Beirut dopo aver lasciato Kabul comporterebbe che questa missione non venga percepita da quei paesi come l’ennesima «missione occidentale». Questa forza è molto diversa da quella in Afghanistan e da quella in Iraq. Chiarire questo punto gioverebbe alla sua riuscita.