Via da Baghdad, parola di soldato

«Come americano patriottico e orgoglioso di servire il Paese in uniforme, chiedo rispettosamente ai miei leader politici in Congresso di appoggiare il pronto ritiro di tutte le forze militari e le basi dall’Iraq. Restare in Iraq non funzionerà e non vale il prezzo da pagare. È ora che le truppe Usa tornino a casa». Sessantacinque soldati in servizio attivo ieri hanno spedito questa lettera ai loro rappresentanti in parlamento, per chiedere forte e chiaro quello che le opinioni pubbliche di mezzo mondo reclamano da mesi: la fine immediata della guerra. È la prima protesta di questo tipo dal marzo 2003, da quando cioè la Mesopotamia fu invasa dalle truppe anglo-americane. Un’iniziativa clamorosa che arriva a due settimane dalle elezioni di medio termine nelle quali i repubblicani del presidente George W. Bush rischiano di perdere il controllo del Congresso. I soldati pacifisti sperano di poter mettere assieme 2.000 firme prima della fine del prossimo anno e di consegnare gli appelli al nuovo parlamento che si insedierà il 15 gennaio.
Certo gli Stati Uniti hanno in servizio in Iraq oltre 140.000 uomini in uniforme, ma la protesta dei 65 è comunque il segno di un clima intorno alla guerra che è cambiato, anche tra i graduati. Dopo le rivelazioni dei giorni scorsi, con generali e pezzi grossi dell’Amministrazione che avevano criticato le politiche seguite e i risultati raggiunti finora, ieri il governo ha provato a rassicurare l’elettorato statunitense, colpito dall’escalation di violenza e dall’instabilità di un paese in cui l’Amministrazione repubblicana aveva dichiarato di voler portare la democrazia.
Con una conferenza stampa congiunta trasmessa in diretta dalla Zona verde – la città fortificata nel centro di Baghdad – l’ambasciatore Usa Zalmay Khalilzad e il generale George Casey, comandante in capo delle truppe statunitensi in Iraq, hanno fatto il punto sulla situazione. I due hanno provato anzitutto a rassicurato sul problema numero uno, quello della gestione della sicurezza: Khalilzad e Casey hanno dichiarato che sarà affidata interamente alle autorità locali tra un anno, un anno e mezzo al massimo, anche se ancora «con un certo tipo di supporto da parte delle truppe Usa». Per le stragi e la violenza sciiti-sunniti che ogni giorno fanno nel paese decine di vittime i due esponenti del governo di Washington hanno puntato l’indice contro la Siria, l’Iran e il radicale sciita Muqtada al Sadr. Secondo Casey e Khalilzad, Tehran e Damasco stanno cercando di vanificare gli sforzi americani di pacificare la Mesopotamia: entrambe sono «decisamente non cooperative». L’ambasciatore statunitense ha detto chiaramente che il suo governo sta facendo di tutto per far deporre le armi a una parte della guerriglia sunnita, l’ennesima ammissione di trattative in corso con una parte della resistenza. Dopo mezz’ora di discorso dei due, è andata via l’elettricità, una consuetudine per gli abitanti di Baghdad, ma non per la zona verde, dove hanno sede tutti gli edifici dell’amministrazione dello stato e i palazzi del potere delle forze occupanti.
L’esercito ha annunciato ieri l’uccisione di altri due marines nella provincia di Al Anbar, morti che portano a 91 le vittime statunitensi di questo ottobre nero (il numero più alto dal novembre 2004) e a 2.802 il numero dei soldati statunitensi caduti dall’inizio del conflitto. Agguati nella cassaforte petrolifera di Kirkuk, dove due soldati iracheni sono stati uccisi da una bomba esplosa al passaggio del blindato sul quale viaggiavano. Un paio di civili rimasti uccisi nel corso di combattimenti nel distretto di Zaafaraniya, a sud di Baghdad. Nella capitale dove tre mesi di pugno di ferro (caccia ai ricercati porta a porta e combattimenti casa per casa) da parte dei marines e dei soldati dell’esercito regolare, ora gli americani sono alle prese con una grossa grana. In serata il Pentagono ha confermato il rapimento di un soldato, avvenuto lunedì all’esterno della Zona verde. L’uomo, un traduttore, sarebbe stato ammanettato e caricato su un pulmino da un gruppo di uomini armati. Il generale William Caldwell ha spiegato alla Reuters che gli attacchi contro le forze di sicurezza nella capitale sono aumentati proprio da quando gli americani hanno lanciato l’offensiva nel tentativo di fermare la violenza interconfessionale che produce decine di vittime al giorno.