Via al petrolio del Caspio

La Russia ingannata e tagliata fuori anche dal gasdotto. Dov’è finito l’idillio immaginario nelle relazioni tra Bush e Putin? Dov’è finita la Grande coalizione?

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Sono stati inaugurati il 18 settembre i lavori di costruzione dell’oleodotto che, partendo dall’Azerbaigian e attraversando Georgia e Turchia, trasporterà il petrolio del Caspio per 1.760 km fino al porto turco di Ceyhan sul Mediterraneo. Alla cerimonia, svoltasi al terminale azero di Sangachal presso Baku, i presidenti dei tre paesi (Alivev, Shevardnadze e Sezer) hanno gettato con le pale un po’ di terra nella trincea in cui era stata collocata una sezione simbolica della tubatura. A imbracciare la pala c’era però anche una quarta persona, la più importante: il segretario Usa all’energia Spencer Abraham, latore di una lettera del presidente Bush che definisce il progetto «una componente essenziale del corridoio energetico Est-Ovest». Non precisa il presidente che, dal suo «Est», è esclusa la Russia. L’oleodotto Baku-Ceyhan – così come quello che dal 1999 collega Baku al porto georgiano di Supsa sul Mar Nero – segue un tracciato che aggira a sud la Russia, sottraendole il controllo sull’esportazione della maggior parte del petrolio del Caspio. Il greggio che attraverso questo oleodotto sarà pompato dal Caspio al Mediterraneo, nella misura di 375mila barili al giorno nel 2005 e di un milione nel 2007, sarà controllato soprattuttto dalla Bp che, dopo la fusione con la Amoco nel 1998, è divenuta anglo-statunitense. La Bp – terza compagnia petrolifera del mondo dopo la ExxonMobil (Usa) e l’anglo-olandese Royal Dutch/Shell – è a capo (con il 35%) del consorzio che realizzerà l’oleodotto Baku-Ceyhan, il cui costo è stimato in 3 miliardi di dollari. Ne fanno parte altre due compagnie statunitensi, Unocal e Amerada Hess, insieme all’azera Socar, la norvegese Statoil, la turca Tpao, l’italiana Eni, la francese TotalFinaElf e le giapponesi Itochu e Impex.

Il progetto che il repubblicano Bush tiene a battesimo è stato concepito dal democratico Clinton che, al vertice dell’Ocse del 1999 a Istanbul, annunciò lo «storico accordo» per la realizzazione dell’oleodotto, subito sostenuto dal governo Usa attraverso il Caspian Finance Center, aperto ad Ankara con il compito di finanziare questo e altri progetti nella regione del Caspio. Ma il sostegno Usa non è limitato a questo. Nella «guerra degli oleodotti», che si svolge per il controllo delle riserve petrolifere del Caspio e dei relativi «corridoi», ci si serve di tutti gli strumenti: economici, politici e anche militari.

Con la guerra in Afghanistan, gli Stati uniti, affiancati dal fedele socio britannico, hanno sottratto all’influenza di Mosca quasi tutta l’Asia centrale, un tempo sovietica. Hanno potuto così rafforzare la propria influenza anche nella regione del Caspio e, allo stesso tempo, riavviare il progetto del gasdotto che, attraverso l’Afghanistan, trasporterà il gas naturale dal Turkmenistan fino in Pakistan. Anche questo progetto, il cui studio di fattibilità è stato presentato il 16 settembre alla Banca per lo sviluppo asiatico, sarà controllato da un consorzio a guida statunitense: vi svolge un ruolo determinante la Unocal, presente anche nel progetto dell’oleodotto Baku-Ceyhan. E non è finita. Ora è in gioco una posta altrettanto preziosa: il petrolio iracheno che, una volta occupato militarmente il paese, verrebbe anch’esso controllato da un consorzio a guida Usa.