Vi giuro che noi giovani siamo contro lo “scalone”

Addirittura oggi si rispolverano le fiaccole: come per le manifestazioni pacifiste, quelle contro la violenza e per la liberazione degli ostaggi. E non è per l’Afghanistan, né tanto meno per la Palestina. E’ per dire ai lavoratori e ai sindacati che li rappresentano: cedete, alziamo l’età pensionabile.
Un conflitto, tanto da motivare le fiaccole, c’è eccome per i solerti giovani della Margherita e l’on. Giachetti. E’ il conflitto tra i giovani precari (ostaggi?) e i sindacati che rappresentano i lavoratori in procinto di andare in pensione (terroristi?). Il j’accuse suona più o meno così e purtroppo sempre con lo stesso refrain: visto l’invecchiamento della popolazione, il sistema previdenziale rischia in breve tempo di non avere i conti a posto, quindi i lavoratori devono accettare di andare in pensione qualche anno più tardi, pena l’impossibilità dei giovani di avere una pensione in futuro.
Nel simbolico della politica lo scontro è fra titani: il presente contro il futuro.
E non è un caso che sia in tempi di governo di centro-sinistra che si agita il fantasma del futuro contro i desideri e i problemi del presente. Il centro-sinistra è banalmente sempre lo stesso: quello del “sacrificio” per dare un futuro all’Italia. L’Italia delle famiglie che si sacrificano per i figli e quella che mette i soldi sotto il materasso per il domani. L’Italia di Prodi e della Bindi.
Peccato che, banalmente, non ci siano più “soldi da mettere da parte” e peccato che quest’Italia assomigli più a quella delle generazioni del “babyboom” che a quella delle generazioni che si sono susseguite dagli anni 70 ad oggi.
Lo aveva capito bene Berlusconi che ha sempre assecondato una caratteristica antropologica dell’umanità al tempo della finanziarizzazione dell’economia, del trionfo del consumo a rate e dell’indebitamento: just in time, o anche, possibilmente, “tutto e subito”.
E’ però per via dell’insicurezza sociale che il “tutto e subito” è diventato non più soltanto la consumistica soddisfazione immediata di un desiderio ma una strategia di sopravvivenza. Quella di chi, nel passaggio tra una generazione e l’altra, ha percepito soltanto il peggioramento e l’impoverimento progressivo delle proprie condizioni di vita: per quale motivo bisognerebbe guardare al futuro? Per saperlo più triste e più grigio di quello dei propri genitori?
Il tempo della precarietà suggerisce alle giovani generazioni due considerazioni di buon senso sulle pensioni. La prima è a dir poco ovvia: se qualcuno va in pensione si libera un posto di lavoro per altri più giovani. La seconda dice del dramma sociale in corso: le pensioni dei propri nonni e genitori sono una delle poche assicurazioni economiche sulla propria vita presente.
A ben guardare suona come un vero e proprio ribaltamento della realtà affermare, come fanno gli agitatori di conflitti generazionali, che sono i giovani a mantenere le pensioni degli anziani.
Lo sanno tutti benissimo: oggi molto spesso sono le pensioni a sostenere un tenore dignitoso di vita per i giovani.
Per questo è quantomeno caricaturale, oltre che politicamente pericoloso e colpevole, incitare i ragazzi e le ragazze ad accusare nonni e genitori di egoismo.
E allora come ricominciare a mettere d’accordo il presente con il futuro, il lavoro con la previdenza?
Basterebbe uscire dall’ideologia dei conti e delle previsioni di spesa di parte, come ha spiegato Luciano Gallino.
Basterebbe pretendere, cosa che non salta in mente al tanto solerte on. Giachetti, autonominatosi difensore dei diritti dei giovani, una riforma del mercato del lavoro che permetta al maggior numero possibile di avere un’occupazione stabile, di avere una flessibilità scelta e non una imposta al servizio dell’impresa, di veder versati i propri contributi in maniera regolare e nella quantità necessaria ad avere una pensione decente.
In ultimo c’è un orecchio della sinistra e dei sindacati che, fuori dalla strumentale questione dei giovani e dello scalone, non vuole sentire: i problemi delle giovani generazioni non sono soltanto frutto della legislazione sul lavoro ma della trasformazione dei processi della produzione.
Non sarebbe tempo di mettere mano alle misure complessive del welfare per renderle all’altezza del presente?
Per renderle meno familiste affinché possano garantire un’autonomia reale dalla famiglia di provenienza o di appartenenza?
Non sarebbe bene infine cominciare a discutere seriamente anche di reddito?