Vertice a tre sulla Palestina

Ci risiamo, un nuovo vertice a tre, destinato a non cambiare nulla sul terreno. Il Segretario di stato americano Condoleezza Rice, il premier israeliano Ehud Olmert e il presidente palestinese Abu Mazen si incontreranno tra 3-4 settimane in una località non precisata per discutere della Road Map e per esaminare quelle che la Rice ha definito come «idee» per arrivare alla costituzione di uno Stato palestinese. L’annuncio è giunto al termine del colloquio di tre ore che il Segretario di stato ha avuto con Olmert ieri a Gerusalemme. «Abbiamo convenuto – ha detto il premier – che avremo un incontro col presidente dell’ Anp Abu Mazen per poter riflettere sul tipo dei rapporti tra noi e i palestinesi». Poco dopo è stato l’ex ministro e negoziatore palestinese Saeb Erekat a comunicare che Abu Mazen aveva accettato «in linea di principio» di partecipare al summit. Olmert ha tenuto a far sapere di aver convenuto con il Segretario di stato che «qualunque governo palestinese che vorrà l’appoggio della Comunità internazionale dovrà accettare i tre principi del Quartetto, la continuità della Road Map, riconoscere il diritto all’esistenza d’Israele come Stato ebraico e cessare il terrorismo». Non solo ma il premier ha aggiunto di aver anche ottenuto dalla Rice il rifiuto di qualsiasi modificazione del linguaggio della Road Map che, pertanto, «dovrà essere accettata così come è» dal governo palestinese. Ciò significa che la condizione posta tre anni fa ai palestinesi di «smantellare le strutture del terrorismo» prima dell’avvio di una vera trattativa, non solo rimane in vigore, ma viene ribadita con ancora più determinazione. La Rice ha confermato tutto in un’intervista alla rete televisiva israeliana Canale 10 e si è guardata bene da (almeno) criticare la decisione del governo Olmert di estendere ulteriormente, con la costruzione di 44 nuovi appartamenti, la popolosa colonia di Maale Adumim, alle porte della zona araba di Gerusalemme. Una iniziativa fatta coincidere con la missione della Rice che pure ha più volte insistito sul rispetto della Road Map in tutte le sue componenti, una delle quali è appunto il blocco da parte di Israele delle attività di colonizzazione ebraica in Cisgiordania. Per Abu Mazen è andata davvero male. Americani e israeliani affermano di volerlo sostenere – i primi hanno anche stanziato 86 milioni di dollari per la guardia presidenziale dell’Anp – e nei fatti lo chiudono nell’angolo. Durante i colloqui di domenica con Condoleezza Rice, il raìs ha manifestato il suo disappunto per la mancata realizzazione delle promesse che Olmert gli aveva fatto durante il vertice di dicembre a Gerusalemme: sblocco di 100 milioni di dollari palestinesi (confiscati da Israele dopo la vittoria elettorale di Hamas un anno fa) e la rimozione di alcune decine degli oltre 400 posti di blocco israeliani in Cisgiordania. La Rice, dicono fonti palestinesi, ha cambiato discorso e, invece, ha espresso il malumore degli Stati Uniti per l’intenzione del presidente dell’Anp di recarsi tra qualche giorno a Damasco per negoziare con il leader di Hamas, Khaled Mashaal, la formazione di un governo palestinese di unità nazionale. Accettando cosa ne ricaverebbe Abu Mazen? Quello che sarà uno dei punti nell’agenda del prossimo vertice a tre: uno staterello palestinese a macchia di leopardo in Cisgiordania, più Gaza, con confini «provvisori» e scarsa sovranità. Uno Stato che avrà come frontiera «provvisoria» ad ovest il muro costruito da Israele ed occuperà il territorio cisgiordano dove non ci sono colonie ebraiche, basi militari israeliane, l’immensa rete stradale costruita per i coloni e altre aree di sicurezza. Più o meno quel 42% di Cisgiordania che i passati accordi di Oslo indicavano come le aree A e B, a controllo palestinese pieno o parziale.