Verso la piazza del 20 ottobre – Dubbi e proposte di movimento

Al 20 ottobre mancano 80 giorni di impegno, un po’ meno se si considerano quelli delle vacanze di agosto. Sulla manifestazione delle sinistre, lanciata con un appello da Liberazione e il manifesto sette giorni fa, la riflessione collettiva non è nemmeno iniziata in molte realtà di movimento, in altre è stata accennata, comunque entrerà nel vivo a settembre. Ma già da ora, ferie permettendo, ci si interroga sulla giornata pensata come momento di mobilitazione sociale per manifestare la delusione nei confronti del governo Prodi e densa di aspettative per la ricomposizione di una dinamica di movimento intorno alla lotta alla precarietà, alle battaglie per i diritti civili, la pace. Ci si interroga, non senza dubbi, perplessità e proposte per via delle note difficoltà del movimento esploso a Genova, per la circostanza particolare rappresentata dalla partecipazione diretta dei partiti della sinistra al governo, per le pressioni confindustriali e del Vaticano che hanno incastrato l’Unione. Abbiamo pensato di cogliere alcune di queste riflessioni, mentre la politica di palazzo si tuffa nelle dichiarazioni di Caruso su Treu e Biagi e fa delle parole di “uno” lo strumento per depotenziare una manifestazione di “molti”.
A Roma, Action e il Network delle comunità in movimento hanno accolto sin dal primo giorno l’appello alla mobilitazione, inviando una lettera di adesione che esprime «perplessità». La proposta è quella di convocare, prima della manifestazione, un’assemblea che «coinvolga lo spettro più ampio possibile di realtà organizzate e non». Il tutto per evitare di «ripetere i soliti errori: cioè indicare subito una data ed iniziare a competere per la primogenitura dell’indizione».
Dalla Lombardia parla di «perplessità» “Frankie”, attivista dei Chainworkers, tra i promotori della May Day di Milano. La sua è un’impressione a caldo, a puro titolo personale, che individua subito un problemino: la data. «La manifestazione cade una settimana dopo le primarie del Partito Democratico – dice – è ambiguo: sembrerebbe convocata per un desiderio di visibilità della sinistra nei confronti del Pd». Lo schema – continua – sembrerebbe «lo stesso che ha preceduto il 4 novembre scorso», giornata di mobilitazione contro la precarietà che, specifica Frankie, «noi abbiamo solo “attraversato”», con volantini che riportavano i simboli dei partiti e un ironico sfottò: “Votateci, combatteremo la precarietà. Non votateci più, se non lo facciamo”. Del 20 ottobre «dobbiamo ancora discutere – aggiunge Frankie – ma al momento la cornice mi sembra istituzionale, lontana dalla penetrazione nel tessuto sociale che noi proviamo a fare in Lombardia, culla della nuova precarietà, quella a tempo indeterminato». Frankie cita l’esempio della riforma sul welfare: «Il centrosinistra ha capito dove sta la precarietà e la ritiene un male necessario. La sinistra radicale non lo ha capito. Quando dico reddito intendo un welfare che sappia interpretare diversamente il modello di produzione e che consenta un’elargizione monetaria che permetta al precario di rifiutare il lavoro, altrimenti c’è solo il ricatto». Insomma, l’aria è quella che invita a smetterla con i proclami e la «reiterazione di un corteo invernale contro tutti i mali per stimolare il il governo». Se si continua così, «la partecipazione sarà sempre minore».
Da Bologna, Valerio Monteventi, consigliere indipendente del Prc e attivista di movimento, sottolinea l’importanza della manifestazione ma, dice, «deve contare qualcosa». Nel senso: «Se diventa solo testimonianza, l’operazione può essere deleteria». Proposte: «Chiediamoci se la manifestazione può incidere sulla Finanziaria, se può impegnare i parlamentari della sinistra a non votare una ingiusta riforma delle pensioni e del welfare, senza la solita storia del ritorno delle destre…». In vista del 20 ottobre «va costruita una piattaforma vertenziale», aggiunge Monteventi, puntando non solo alla Finanziaria ma anche alle «leggi del governo Berlusconi che l’Unione non ha abrogato: sulle droghe, la Bossi-Fini, la Moratti, la legge 30, la legge 40».
Anche Francesco Raparelli, del centro sociale romano Esc, aspetta il momento di discussione collettiva alla ripresa dopo le vacanze, ma la sua idea personale è piuttosto chiara. «Il 4 novembre è stato un imbroglio, il 9 giugno, giorno delle manifestazioni separate contro la visita di Bush a Roma, è stato l’anticorpo, il 20 ottobre rischia di essere esattamente quello che dal 9 giugno ci si era proposti di respingere». Per lui, allo stato, il quadro sa di «operazione politica per dare fiato alla costituente di un soggetto a sinistra del Pd, con il movimento percepito solo con una funzione di servizio alla sinistra di governo, la quale gli strumenti per agire ce li ha: rompere con il governo». Poi aggiunge: «Mi interessa di più una discussione collettiva dei movimenti sui temi dell’agenda autunnale, su cosa significa definire un’offensiva sul welfare».
«Servono fatti, non parole che poi vengono strumentalizzate…», dice Francesco Caruso, di ritorno da un’assemblea in Calabria con i lavoratori del comparto agricolo in sciopero e «addolorato per la canea» creatasi intorno alle sue dichiarazioni. «Assassine sono le leggi Treu e Biagi. E’ per questo che servono i fatti per cambiarle: gli scioperi, la manifestazione del 20 ottobre».