Verso il referendum sulla Costituzione irachena

Maldestre manovre e rabbiose polemiche a Baghdad a meno di due settimane dal referendum del 15 ottobre sul progetto di nuova Costituzione: i deputati sciiti e curdi hanno tentato con un colpo di mano di cambiare le regole del gioco a ridosso della patria per cercar di aggirare l’opposizione dei sunniti; ma gli è andata male e hanno dovuto fare marcia indietro, perché alle veementi proteste dei dirigenti della comunità sunnita si sono aggiunte quelle dell’Onu e perfino degli Stati Uniti, i quali non vogliono certo che l’imbroglio iracheno si complichi ancora di più. Per capire di che cosa si tratta, bisogna ricordare che secondo le norme dettate a suo tempo dal proconsole americano Paul Bremer il progetto di Costituzione, anche se ottenesse la maggioranza numerica dei voti, sarebbe comunque bocciato se in almeno tre provincie i “no” raggiungessero i due terzi dei votanti. Ora, poiché i sunniti sono in larga maggioranza nelle quattro provincie centrali, e sono notoriamente ostili al progetto di carta costituzionale, vi è il fondato timore negli ambienti del governo Jaafari e della coalizione a guida Usa che possano andare in massa a votare “no” appunto per bloccare il processo di approvazione. In questo caso la stessa Assemblea nazionale provvisoria dovrebbe essere sciolta e tutto dovrebbe ricominciare da capo, tornando alla situazione di prima del 30 gennaio scorso. Di qui l’escamotage con cui si è cercato di neutralizzare l’opposizione sunnita. Domenica l’Assemblea ha votato una norma “di interpretazione” secondo la quale i due terzi di “no” necessari in almeno tre provincie per bocciare la Costituzione dovrebbero essere calcolati non sul numero dei voti espressi ma sul totale degli aventi diritto; e poiché è facile immaginare che ci sarà un alto tasso di astensione sia per ragioni politiche che per motivi “di sicurezza” (alle elezioni di gennaio presentate come un grande successo votò appena un terzo degli iracheni), è facile immaginare le conseguenze. La manovra è stata subito condannata dagli esponenti sunniti: Saleh al Mutlaq, dirigente del Dialogo nazionale iracheno, ha definito la decisione «una palese contraffazione», intesa a imporre l’approvazione della Costituzione «a dispetto della volontà del popolo». E’ appena il caso di ricordare che le provincie in questione sono quelle del «triangolo centrale» dove la resistenza armata ha le sue principali roccaforti. Ma il gioco era tanto scopertamente sporco che anche un rappresentante del team elettorale dell’Onu, il legale José Aranaz, ha fatto sentire la sua voce definendo la decisione «inaccettabile e contraria agli standard internazionali» e aggiungendo che «questa opinione è stata ufficialmente trasmessa al governo e all’Assemblea nazionale». A questo punto, anche gli americani si sono visti costretti ad esprimere, sia pure in modo più blando, una critica analoga. E così ieri l’Assemblea ha fatto marcia indietro e ha revocato la “interpretazione” di domenica: «Adesso quando diciamo votanti – ha detto il deputato indipendente curdo Mahmud Othman, che si era opposto alla manovra – intendiamo le persone che mettono il voto nell’urna, come dovrebbe essere». Chiarito questo punto cruciale, il clima preelettorale resta di forte tensione. Al malcontento dei sunniti, che considerano il progetto di Stato federale voluto da curdi e sciiti come un espediente per disintegrare l’Iraq, si aggiungono infatti la decisa opposizione di tutti i gruppi che conducono la resistenza, sia armata che politica e sociale, e le minacce dei gruppi terroristici legati ad Al Qaeda che promettono di intensificare gli attentati, nonostante l’inizio del “ramadan”. Minacce che hanno avuto peraltro un seguito immediato, visto che ieri una bomba è esplosa presso una moschea sciita a Hilla, non lontano dalla capitale, uccidendo almeno 25 persone e ferendone molte altre. E resta comunque il fatto che la manovra tentata domenica scorsa ha messo a nudo il senso reale del progetto di Costituzione, fatto su misura per favorire il disegno americano di “libanizzazione” dell’Iraq, in contraddizione palese con la storia recente e la tradizione politica del Paese. A queste tensioni interne si aggiungono inoltre nuovi motivi di contrasto internazionale. Un funzionario britannico, che ha voluto mantenere l’anonimato, ha ieri accusato esplicitamente l’Iran di essere responsabile degli attentati che nei mesi scorsi sono costati la vita a otto, soldati inglesi nella zona di Bassora. Secondo il funzionario che parlava con i giornalisti a Londra, i “guardiani della rivoluzione” iraniani avrebbero fornito a elementi dissidenti dell’Esercito del Mahdi (guidato dal leader sciita Moqtada al Sadr) la tecnologia per confezionare gli ordigni servendosi del tramite degli Hezbollah libanesi. Un percorso in realtà tortuoso, visto che in Iraq non mancano né gli esplosivi né coloro che sanno usarli. Teheran naturalmente ha seccamente smentito, ma l’anonimo funzionario avrà sicuramente raccolto consensi a Washington dove non si tralasciano occasioni e pretesti per mettere l’Iran sotto tiro.