«Vengono uccisi perché parlano troppo. Ma così si cancella il futuro:chi insegnerà agli studenti ira

Hasni Abidi, algerino, è politologo e specialista del Mondo arabo. Direttore del Centre d’Etudes et de Recherche sur le monde arabe et mèditerranèen (Cermam) a Ginevra, i suoi lavori analizzano l’evoluzione politica in Medio Oriente e nel Maghreb. Cosa sta succedendo nelle università irachene, e perché questo accanimento contro i docenti universitari? «Non sono solo gli universitari che sono messi in pericolo, ma abbiamo deciso di fare questo appello perché loro vengono uccisi in quanto professori. E’ un doppio crimine: contro la persona, e contro la loro professione. E’ un crimine contro la cultura, perché i professori sono coloro costruiranno questo Paese, coloro che trasmettono il sapere. E’ un crimine anche contro la libertà di parola, contro il libero pensiero di questi professori. Perché chi denuncia le azioni del governo iracheno, chi denuncia le azioni delle milizie, chi denuncia le azioni delle truppe della coalizione, sono spesso loro, i professori. Sono loro che ascoltano la gente, è in loro che hanno fiducia gli studenti, i giovani, non certo negli uomini politici. Ed è per questo che vengono uccisi. La loro vita è costantemente in pericolo, uscire per andare al lavoro è un percorso di battaglia continuo. E neanche all’università sono sicuri. Il governo confessionale e la sua politica irrompono anche nelle università. Devono proteggersi continuamente, in nessun luogo sono al sicuro. E poi mancano le condizioni materiali essenziali: non ci sono libri, non ci sono lavagne, matite, computer, nulla».

Questa limitazione della libertà di parola la vediamo anche nei confronti dei giornalisti. Si parla molto dei giornalisti occidentali quando vengono rapiti, o uccisi. Ma questo accade costantemente anche ai giornalisti iracheni, nei confronti dei quali c’è il silenzio.

Lei ha ragione. L’Europa e l’America, fanno molto rumore quando si tratta di giornalisti stranieri, ma ogni giorno vengono rapiti o uccisi i giornalisti iracheni, e anche questo è un crimine contro la libertà di parola. Ma c’è una cosa in più: i professori sono coloro che formano i giornalisti. I professori sono la fonte della libertà, sono la fonte del sapere. I giornalisti possono fare il loro mestiere perché c’è un mondo attorno al loro, quello dei professori, che ricerca, che insegna il valore del sapere e della storia. Un buon professore, che fa un buon lavoro, creerà un buon giornalista in futuro. I giovani che vanno all’università imparano anche questo mestiere, ma se non ci saranno più professori, se le università non potranno lavorare, non ci saranno più neanche buoni giornalisti. Se non si proteggono i professori, l’avvenire stesso dell’Iraq è in pericolo perché l’Iraq si costruirà con i suoi giovani iracheni, non con gli italiani, gli americani, i francesi o i danesi. E contrariamente ai commercianti, per i professori è difficile lasciare il Paese. I governi dell’area hanno difficoltà ad accogliere chi non porta esperienza materiale ma solo l’esercizio del pensiero. Io chiedo agli europei di fare qualche cosa per loro. La comunità internazionale si è indignata, a suo tempo, quando in Afghanistan vennero distrutti i Budda. Si è detto che i Talebani non avevano il diritto di distruggere i Budda. Ma oggi in Iraq si sta distruggendo molto di più di un Budda di pietra, si sta distruggendo tutta la cultura. E nessuno si muove.

Molti dei Paesi partecipanti alla coalizione dichiarano di essere in Iraq per interventi umanitari, anche nel campo della cultura. Ma se questa che lei descrive è la situazione, di quale aiuto si sta parlando?

Vengono fatte quelle cose che possono essere poi spese in occidente: i musei, le pietre antiche, i manufatti. Ma chi può oggi in Iraq prendere la propria auto, sua moglie, i suoi figli, e andare in un museo senza aver paura? Questo lo potete fare in Europa, non a Baghdad. La politica delle truppe della coalizione riflette la logica occidentale. Sono solo operazioni di facciata, per guadagnare la loro opinione pubblica, per dire che tutto va bene. Non si fa nulla invece per questo, che, ripeto, è un doppio crimine: contro l’umanità e contro i portatori di sapere. E’ una responsabilità internazionale, ed è per questo ho visitato gli Stati Uniti-la Columbia University – per rilanciare questo appello anche ai professori americani affinché sensibilizzino i loro studenti: bisogna fare qualcosa, non possiamo lasciarli soli.