Veltroni scopre Bolzaneto

«Uno stato democratico non si può rendere responsabile di quello che è accaduto al G8, accertare eventuali responsabilità politiche»
A. Fab.
Roma

La forza della stampa. Otto giorni dopo la richiesta delle condanne per le violenze di Bolzaneto, la «Guantanamo italiana» durante il G8 del 2001 a Genova, e in coincidenza con la riscoperta del caso da parte di Repubblica, Walter Veltroni dichiara che «uno stato democratico non si può rendere responsabile di quello che è accaduto al G8» e si spinge a chiedere di «accertare eventuali responsabilità politiche». Naturalmente avvertendo che «l’Italia deve riconoscenza alle forze dell’ordine che in questi anni si sono sacrificate per garantire la sicurezza, questo giudizio non può essere scalfito».
Martedì 11 marzo i pm genovesi Petruziello e Miniati avevano descritto minuziosamente il campionario di violenze e umiliazioni alle quali erano stati sottoposti i manifestanti fermati dalle forze dell’ordine nel carcere di Bolzaneto, quello visitato nelle stesse ore dal ministro della giustizia di Berlusconi, Roberto Castelli. Ma i magistrati avevano concluso chiedendo pene contenute per i 44 agenti individuati come presunti responsabili: denunciando l’assenza del reato di tortura nel codice penale italiano i pm procedevano per abuso d’ufficio, lesioni e falso. Per il manifesto una notizia da copertina: «Tortura». Due giorni dopo, sempre su questo giornale, Marco Revelli con minuzia e scandalo resocontava la sottovalutazione della stampa nazionale: poche righe nelle pagine interne di Corriere della Sera e Stampa. Meno ancora su Repubblica che pure nel 2001 aveva scoperto le violenze di Bolzaneto. Lunedì scorso il quotidiano romano ha ripreso la storia con evidenza e ieri, 19 marzo, le dichiarazioni di Veltroni, unite all’auspicio «a garanzia di tutti» che l’Italia ratifichi «la convenzione sui diritti umani che esclude la tortura, perché in alcuni casi si è arrivati a tanto».
Si tratta di una convenzione Onu alla quale il nostro paese ha aderito nell’88 ma che non ha mai ratificato modificando il codice penale. L’ultimo parlamento c’era andato vicino approvando un testo velocemente alla camera (dicembre 2006), bloccandosi però in senato dove la legge non è mai uscita dalla commissione giustizia. Una norma in ogni caso inapplicabile ai processi in corso a Genova ma alla quale l’Italia ha comunque aderito in linea di principio 13 anni prima dei fatti di Genova.
Il partito democratico non risulta essersi battuto con energia per l’approvazione del divieto di tortura, che introducendo pene più alte fino a 18 anni annulla il rischio di quella prescrizione che invece dal gennaio 2009 salverà i presunti torturatori di Bolzaneto. Sui fatti di Genova si ricorda piuttosto la tenace contrarietà di Antonio Di Pietro, oggi esclusivo alleato di Veltroni, alla commissione parlamentare di inchiesta, quella che ancora ieri Fausto Bertinotti è tornato a chiedere come «necessità storica per il paese». «Se il Pd vuol essere credibile – ha detto invece il verde Paolo Cento – si impegni a sostenere l’istituzione di questa commissione nel prossimo parlamento». La destra neanche a dirlo e unitamente contraria alla sola ipotesi: durante i giorni del G8 Berlusconi, dopo essersi occupato del decoro dei balconi cittadini, era a presiedere il vertice dei grandi, il suo vice Gianfranco Fini nella sala operativa della Questura e il leghista Castelli, come detto, visitava Bolzaneto nottetempo.
Veltroni non ha detto in che modo, con la prescrizione alle porte, i processi concentrati più sulle presunte responsabilità dei manifestanti che su quelle delle forze dell’ordine, e senza la commissione di inchiesta, si potranno «accertare eventuali responsabilità politiche». Quello che è certo è che il partito democratico quando si è trattato di attribuire incarichi di responsabilità, non si è dimenticato del capo della polizia ai tempi del G8, Gianni De Gennaro, e del suo vice di allora Antonio Manganelli. Entrambi promossi dal governo dell’Unione.