Veltrinotti

Pd e Sinistra Arcobaleno sono tra loro in competizione per il voto tradizionalmente affezionato alla sinistra, eppure, secondo alcuni, di fronte alla prevista vittoria del Pdl, le due formazioni politiche, divorziate dopo il naufragio dell’Unione prodiana, potrebbero anche decidere – in alcune regioni e solo per il Senato – di scendere a patti. Un’ipotesi definita “impraticabile” dal Pd (“rischioso, impossibile”, taglia corto Pierluigi Castagnetti), che rivendica la coerenza della scelta veltroniana per una corsa solitaria. D’altra parte l’assenza di Fausto Bertinotti e compagni era stata accolta tra le macerie dell’Unione con urla di giubilo. Con il ministro Beppe Fioroni che ancora due settimane fa diceva: “Senza di loro siamo più liberi”. Ecco. Eppure al loft le regioni in bilico fanno gola e si sa pure che, qualora i bertinottiani si affermassero togliendo seggi al Pdl, per il centrosinistra sarebbe un successo. Nell’Arcobaleno lo sostiene anche Piero Sansonetti, direttore di Liberazione.
Ma a dividere la Sinistra dal Pd è un po’ tutto. I calcoli su percentuali e premi di maggioranza forse non bastano a colmare le distanze. Le posizioni sono inconciliabili: dalla politica sul mercato del lavoro (Manuela Palermi, del Pdci, su questo giornale definì Pietro Ichino un talebano), a quella energetica fino alla politica estera. Si tratta delle differenze che – come ha ricordato Walter Veltroni – “sono state all’origine della crisi del governo Prodi”. Incompatibilità che si percepiscono ancora oggi dove i due schieramenti sono rimasti alleati. Un esempio è Roma: il sostegno della Sinistra alla candidatura del democratico Francesco Rutelli a sindaco è vissuta dall’Arcobaleno come un dramma e con defezioni come quella di Vladimir Luxuria, che non voterà per il partito nel quale è candidata. I sondaggi confermano: i voti rossi rischiano di confluire sul candidato socialista Franco Grillini. Eppure c’è chi parla di un accordo tra Pd e Sinistra. Per esempio la mancata candidatura per il Senato in Puglia di Nichi Vendola fa sospettare che si tratti di un piccolo regalo al Pd – dicono a Bari – “in sintonia con Bertinotti”. D’altra parte il presidente della Camera è pur sempre il regista di una campagna accomodante nei confronti di Veltroni.
Bertinotti ha mantenuto nei confronti del Pd un atteggiamento ondivago, eppure mai esplicitamente ostile. La domanda che gli è stata rivolta più spesso riguarda l’ipotesi di una futura alleanza – post elettorale – con Veltroni. Lui ha risposto sempre con sfumature diverse, assecondando le esternazioni del leader democratico e gli umori del proprio partito. Questo fino a dieci giorni fa, quando – dimenticata la polemica su Calearo e Colaninno – è tornato ai toni semi istituzionali dei primi giorni di campagna elettorale (e persino a qualcosa di più che una affettata cordialità). Bertinotti ha, prima, invitato a “dismettere la guerra fratricida a sinistra contro il Pd” e, poi, ospite di Lucia Annunziata, ha proposto “un patto di opposizione con Veltroni” contro Berlusconi. Così, secondo i teorici dell’accordo segreto, in Puglia, la mancata candidatura al Senato di Nichi Vendola rientrerebbe in una strategia di reciproco sostegno tra Sinistra e Pd. Il presidente Vendola appoggia il suo amico e delfino Nicola Fratoianni, ma non attacca i democratici. Ecco. Per essere il grande trascinatore che la Sinistra avrebbe voluto contrapporre a Veltroni, in alternativa a Bertinotti, Vendola mantiene un impegno elettorale piuttosto blando.
Dati questi precedenti, quando domenica il quotidiano del Prc, Liberazione, ha prospettato il successo elettorale della Sinistra Arcobaleno in ottica ecumenicamente antiberlusconiana, qualcuno a destra – il Secolo d’Italia per esempio – ha immaginato che i presunti accordi fossero qualcosa di più che mera fantasia. Non si tratterebbe di una riedizione veltronianamente corretta dell’Unione di Romano Prodi, ma di un fair play tra partiti cugini che si aiutano per rallentare il successo del centrodestra. Il direttore di Liberazione, Piero Sansonetti, spiegava che una buona affermazione della Sinistra nelle regioni rosse e nella Valle d’Aosta potrebbe provocare – riducendo i seggi conquistati dal Pdl – la sconfitta del nemico comune, Silvio Berlusconi. Una teoria, d’altra parte, che fa il paio con quella espressa da Roberto D’Alimonte sul Sole 24 Ore: se il Pd desse una mano alla Sinistra per infrangere la soglia di sbarramento dell’otto per cento – spiegava – in alcune regioni come la Lombardia o l’Emilia sarebbe matematico un consistente “furto” di senatori al Pdl. Nella versione che ne danno i teorici di sinistra suona così: “Mal di Silvio, gaudio comune”. Di queste tesi, tuttavia, i dirigenti sia del Pd sia della Sinistra ridono. “Orientare l’elettorato verso altri partiti – dicono – è impossibile”. E’ tuttavia forse possibile smorzare le polemiche, farsi i complimenti e puntare a una simpatica cuginanza.