Vedova, grande artista ribelle

Emilio Vedova è scomparso l’altro ieri nella sua abitazione di Venezia, alle Zattere, mentre dormiva. Una fine dolce, a breve distanza di tempo dalla morte della moglie tanto amata, Anna Maria. Come per mettere fine alle sofferenze di un distacco. Il grande pittore veneziano aveva ottantasette anni e una morte così è stata l’esatto contrario di una vita incandescente e battagliera, insoddisfatta e proiettata verso la realizzazione di un progetto di costante “rimessa in discussione di tutto”, nello stile della pittura come in quello della vita.
Se lo ricordano in molti Vedova litigare con Turcato, anche lui veneziano, anche lui pittore aniconico, anche lui “non uno stinco di santo”, per la scelta dello spazio ritenuto più adatto alle proprie opere da esporre nelle tante Biennali di Venezia. Entrambi sembravano immortali. Ma se ne sono andati, tutti e due. La violenza di Vedova, però, a differenza della “libertà libertaria” e un po’ snob di Turcato, era consunstanziale al suo lavoro. Era insaziabile e priva di ristoro. Era come un incendio che una volta divampato, se il vento è a suo favore, non si domina, non si circoscrive e non si spegne. I suoi incendi sulle tele erano fatti di nero, però, e non di rosso – i rossi semmai erano “messaggeri episodici” – nero somministrato con inusitata violenza. Non scudisciate ma cazzotti di nero che si alternano a squarci luminosi di bianco che, altrimenti sarebbe la notte più profonda e buia.

A questa notte, Vedova non si rassegna, così come non cede ad una deriva di stampo esistenzialista, nullista ed opaca che è tipica del suo tempo e che oggi si ripropone, sotto le spoglie più insinuanti del postmoderno e della tecnoscienza che tutto risolve e che a tutto provvede. Vedova non si è mai abituato all’idea del peggio né alle versioni più edulcorate e miglioriste dell’impegno. Non so se è esagerato dire che Vedova fu un rivoluzionario piuttosto che un riformista. Noi lo affermiamo, però, e crediamo di non sbagliare. Lo fu da quando, superato il tempo della formazione, giunse alla stagione della piena maturità che, invece che prudenza, gli consigliò di innestare alla sua arte la baionetta. Non ci saranno morti, per fortuna, ma solo una popolarità internazionale che, tuttavia, non riuscirà a “sedarlo”.

Su superfici bidimensionali la sua pittura di gesto dilaga come gli effetti di una benefica deflagrazione. Affine, siamo negli anni Cinquanta, alle esperienze dell’Espressionismo astratto di stampo americano, più che a Pollock a Franz Kline. Ma anche assolutamente originale. Pittura centripeta anziché centrifuga, concentrata e concitata, fitta ed emozionante come un comizio ben riuscito alla fine del quale lanciare la parola d’ordine di uno sciopero generale. Fino a quando le tele bastano, poi, preceduta dai Rilievi degli anni ’60, si fa spazio un’altra “inquieta stagione”, quella dei Plurimi. La sua arte fuoriesce dal quadro ed entra nell’ambiente. Dilaga su superfici che appoggiate a supporti si incastrano nello spazio come “macchine da pittura”, più combattive ancora, più romantiche persino delle semplici tele.

Da allora in poi, nonostante il passare degli anni, non si spegne in Vedova la voglia degli eccessi che tuttavia non gli impedisce di trovare – e questo capita solo ai grandi – un suo interno equilibrio formale nelle singole opere e nella più complessiva impaginazione di una immensa costruzione pittorica. Ansia di ribellione consapevole e indirizzata, quindi. E non nevrosi declamatoria e parolaia come nei tanti chilometri di brutta pittura segnica e gestuale tracciati da molti dei contemporanei dell’artista veneziano.

C’è un ciclo, però, fra quelli di Vedova, i cosiddetti Carnevali, esposto al Castello di Rivoli nel ’98, in cui si svela una dimensione più intimista e segreta, meno urlata e più sottovoce. Ma sarà un diversivo, quasi una vacanza dell’impeto.

Del resto la vita di Vedova è stata come la sua arte, sin dall’adesione a “Corrente”, uno dei pochi movimenti pittorici antifascisti e anti-Novecento Storico. Poi la partecipazione attiva alla Resistenza. L’adesione, dopo la Liberazione, a “Oltre Guernica”. Poi il “Fronte nuovo delle arti”, dove pittori figurativi (Guttuso) ancora coesistono con gli astrattisti. E ancora l’adesione al “Gruppo degli Otto” di Lionello Venturi. Lo schierarsi dalla parte di una scelta definitivamente e radicalmente aniconica, completamente liberata dalle influenze post-cubiste, veicolo quest’ultimo in quegli anni, di un nuovo e più pervasivo manierismo modernista.

Di lì in seguito non ci sono soste né cedimenti. I consensi sono internazionali. Diverse Università americane lo chiamano a tenere conferenze – ci vuole coraggio ad andare a parlare di arte astratta negli Stati Uniti. Non mancano i contrasti e gli oppositori. Ma questo è normale per uno come Vedova.

Una lunga vita da combattente quindi che ha trovato, come meritava, una dolce fine. Addio Vedova.