Ustica, domani l’ultima tappa in Cassazione

Un’ultima udienza a caccia di un reato che non esiste più. Domani la corte di Cassazione ospiterà l’ultimo atto del processo sui depistaggi della strage di Ustica, a quasi trent’anni dalla morte delle 81 vittime che il 27 giugno 1980 erano a bordo del Dc9 Itavia decollato da Bologna e diretto a Palermo.
Il dubbio che avranno di fronte i supremi giudici sa di paradosso: assolvere i generali Lamberto Bartolucci e Franco Ferri perché il reato di cui erano accusati è caduto in prescrizione (come scrisse la sentenza di primo grado) o perché non esiste più dopo che un anno fa la legge per l’abolizione dei cosiddetti «reati d’opinione» ha cancellato l’unica norma tenuta in piedi contro i due potenti generali dell’aereonautica italiana: l’«attentato contro gli organi costituzionali e contro le assemblee regionali» (art. 289). E’un rimasuglio del codice Rocco che parla di «fatti diretti ad impedire al governo l’esercizio delle proprie attribuzioni», brandito come fossero pari qui contro Bartolucci e Ferri e a Cosenza contro i partecipanti alle manifestazioni del 2001 a Genova e oggi non esiste più se non è compiuto con «atti violenti». C’è poi una terza possibilità: la conferma della sentenza di appello che il 15 dicembre 2005 assolse i generali «perché il fatto non sussiste».
Per quanto la discussione possa sembrare paradossale, i pm Erminio Amelio e Maria Monteleone, che a maggio scorso firmarono il ricorso insieme al procuratore generale Salvatore Vecchione, scrivono che decidere che «il fatto non è più previsto dalla legge come reato» sarebbe almeno ammettere che su quel che accadde rimane un punto interrogativo. Sarebbe comunque una valutazione sulle responsabilità dei vertici dell’Aereonautica italiana ed è per questa valenza simbolica che Romano Prodi ed Arturo Parisi tra i primi atti della loro stagione di governo, a maggio scorso, decisero di chiedere agli avvocati di stato di partecipare al ricorso alla Suprema corte. Vogliono che quella parola finale stabilisca almeno nella forma che non è stato inutile parlare delle responsabilità dell’ allora capo di stato maggiore, il generale di squadra aerea Lamberto Bartolucci, e del suo sottocapo, generale di squadra aerea Franco Ferri, gli unici due rimasti sul banco degli imputati di un processo che ebbe almeno trenta indagati ed è ancora oggi il più imponente procedimento della storia giudiziaria di Italia per quel milione e mezzo di pagine raccolte nel corso dell’indagine.
Sebbene assolvendo per due volte di seguito gli imputati, i processi davanti alla corte di assise ed alla corte di assise di appello hanno entrambi raccontato come nella notte del 27 giugno 1980 sui cieli italiani ci fosse una guerra in corso. Lo stesso racconto fatto dai tracciati radar decrittati dalla Nato nel 1998, dopo anni di richieste da parte dei magistrati italiani. La «piena e definitiva pronuncia della Cassazione» chiesta dal governo «anche a garanzia degli interessati» punta proprio a chiarire questo punto: cosa e quanto sapevano i vertici dell’Aereonautica.
Lasciando la sua poltrona di capo di stato maggiore dell’aeronautica militare, ad aprile scorso, il generale Leonardo Tricarico, salito al posto più alto nonostante il suo coinvolgimento nell’inchiesta sulla strage (secondo una telefonata intercettata qualcuno gli chiese di «operare» per aiutare gli imputati) disse che era contento di come si era conclusa l’indagine e che non aveva potuto stappare lo spumante visto che la Cassazione non aveva ancora definitivamente assolto i suoi colleghi: domani sapremo se almeno quella bottiglia dovrà rimanere in frigorifero.