Usa: un commercio sempre più in rosso

La bilancia commerciale Usa viaggia spedita verso un disavanzo commerciale record. Secondo i dati diffusi ieri dal Bureau of economic analysis, ad agosto il saldo negativo ha sfiorato i 70 miliardi di dollari: un vero e proprio record, che porta a 523 miliardi il deficit nei primi otto mesi dell’anno. Si tratta di un netto peggioramento rispetto agli anni precedenti: nello stesso periodo del 2005 il saldo aveva toccato infatti i -457 miliardi, mentre nel 2004 si attestava a quota -393. Ad agosto sono cresciute sia esportazioni che importazioni: ma a fronte di 122 miliardi di prodotti esportati, gli Stati uniti ne hanno importati per oltre 192 miliardi di dollari. Sommando i primi otto mesi dell’anno, le importazioni hanno sfiorato i 1.500 miliardi di dollari, circa 160 in più rispetto allo stesso periodo del 2005.
Il deterioramento registrato in questo scorcio di 2006 si deve in primo luogo agli acquisti di prodotti intermedi, che hanno registrato 82 miliardi di maggiori importazioni di cui 37 imputabili al solo greggio. Con 148 miliardi di importazioni da gennaio ad agosto, al petrolio si deve di fatto il contributo principale al peggioramento del disavanzo. Vanno male anche i beni capitali, dove l’import è cresciuto di oltre il 10% rispetto allo scorso anno. Anche nei mezzi di trasporto e nei beni di consumo l’import viaggia a ritmo decisamente sostenuto, specie nei comparti dei prodotti per la casa, l’hi-fi e i farmaceutici.
La crescita delle esportazioni non è stata comunque trascurabile. E’ stata più intensa in alcuni comparti alimentari, nella chimica, nella plastica e nell’alluminio e, più in generale, nei comparti dei prodotti industriali intermedi. Vivacità hanno inoltre mostrato le esportazioni di beni capitali, fra i quali aeroplani, semiconduttori e macchine elettriche.
A beneficiare maggiormente del disavanzo Usa sono stati anzitutto i paesi dell’area del Pacifico, verso i quali gli Usa hanno finora accumulato nel 2006 oltre 230 miliardi del loro disavanzo. La parte del leone la fa la Cina (143 miliardi), ma anche il Giappone (58 miliardi) non è da meno. Il saldo negativo nei confronti dei paesi europei sfiora i 100 miliardi di dollari, di cui 64 verso l’area dell’euro e 32 verso la sola Germania. Italia e Irlanda, con 14 miliardi ciascuna, sono fra i maggiori partner europei, seguite dagli 11 miliardi di deficit Usa verso la Russia.
Lo squilibrio commerciale porterà prima o poi a una svalutazione del dollaro? I messaggi che ha mandato in questi giorni la Federal reserve sembrano orientati a non allentare la politica monetaria e a non ridurre i tassi di interesse per lo meno entro quest’anno. Nel Beige book, il rapporto periodico di analisi congiunturale presentato ieri, la banca centrale ha confermato una lettura sostanzialmente guardinga dell’attuale fase dell’economia Usa. Una impostazione che appare coerente con le motivazioni – rese note nei giorni scorsi – con cui il direttorio della Fed ha accompagnato la recente decisione di lasciare invariati i tassi di interessse: in breve, l’economia mostrerebbe alcuni segnali contraddittori, ma la crisi del mercato immobiliare non si tradurrà in un disastro e rimane un forte rischio di inflazione da contrastare con elevati tassi di interesse.
D’altra parte, anche la recente ripresa delle quotazioni del dollaro, specie nei confronti dell’euro, sembra confermare che non è dietro l’angolo una riduzione dei tassi Usa. Sarà per l’effetto Corea, o per le ripetute affermazioni di membri della Fed, o – come dice la Bce – per la recente caduta delle quotazioni del greggio.
Chi invece non ha dubbi è proprio la Bce. Nel bollettino diffuso ieri la Banca centrale europea da per assodato un ulteriore incremento dei tassi di interesse, che potrebbero salire al 3.5% già dai primi di novembre. Una intenzione che trova sponda anche nell’ottimismo sparso nei giorni scorsi dal Commissario Ue Joaquìn Almunia, che ha sottolineato «il favorevole clima economico» dell’Unione e la necessità di tenere sotto controllo inflazione e spesa pubblica. I dati sul pil nel secondo trimestre, diffusi ieri l’altro da Eurostat, parlano in effetti di un crescita annua al 2.7% in aumento di un decimale rispetto al primo semestre. Si tratta però di una crescita trascinata per ora solo dagli investimenti privati (+4.8%) e in misura inferiore dalla domanda estera, mentre i consumi (+1.7%) e la spesa pubblica stanno rallentando.