Usa, torturare un po’ va bene

Dick Cheney, il vice di George Bush, parla poco ma quando apre bocca colpisce duro. Nell’ultima sua uscita, in un’intervista radiofonica dell’altro ieri, ha detto che il «waterboarding» – cioè il trattamento che fa sentire quelli che vi vengono sottoposti sull’orlo di annegare – va benissimo e non costituisce tortura. Anzi, se deve servire a salvare vite umane è un «no-brainer», cioè una cosa ovvia che non costituisce neanche un grattacapo. Si fa e basta.
Immediata reazione delle associazioni per la difesa dei diritti umani e domande a ripetizione, durante il briefing quotidiano della Casa bianca, al portavoce ufficiale Tony Snow, che naturalmente ha negato tutto. Il vice presidnte, ha detto Snow, «non parla del waterboarding. Non lo farebbe mai, non lo fa mai e mai lo farà». Ma il testo dell’intervista, che è stato posto perfino nel sito ufficiale della Casa bianca, dice esattamente il contrario. L’intervistatore Scott Hennen, «stella» di una radio del Minnesota (una delle tante di di cui la destra dispone, le sole con cui parla Dick Cheney) gli chiede se non sia d’accordo nel considerare il gran discutere sul waterboarding, diventato una sorta di simbolo, non sia per l’appunto una schiocchezza e lui risposnde tranquillamente: «Sono d’accordo», anche se poi – come al solito infischiadosene della logica – ribadisce che «noi non torturiamo, noi rispettiamo gli impegni che ci vengono dai trattati internazionali e dalle nostre stesse leggi».
Il riferimento è ovviamente alla Convenzione di Ginevra e alla nuova legge sulle «commissioni militari», cioè quella che conferisce al presidente il potere di decidere a suo insindacabile giudizio di stabilire cosa è permesso dalla Convenzione di Ginevra e cosa no. Fra le varie nefandezze di quella legge c’è anche quella di consentire che – quando i detenuti di Guantanamo e quelli finora tenuti nelle prigioni segrete della Cia compariranno di fronte alle commissioni militari per il processo – a loro carico potranno anche essere presentate testimonianze ottenute con «trattamenti coercitivi». Dove passa il confine fra tortura e trattamenti coercitivi?. I giornalisti hanno preso a chiederlo a qualunque membro dell’amministrazione che capitasse loro a tiro, ma nessuno rispondeva. Hanno cambiato tattica, chiedendo esplicitamente se fra i trattamenti coercitivi consentiti ci fosse anche il waterboarding, ma ugualmente nessuno rispondeva.
Ora la risposta l’ha data Cheney, spiegando tranquillamente che, sì, quella tecnica si può usare. Il waterboarding consiste nello stendere il detenuto su una tavola inclinata in modo che la sua testa sia più in basso dei piedi, nel coprirgli il viso con un foglio di plastica e nel gettarvi acqua sopra. Il risultato è che il poveraccio sente che sta per annegare e si dichiara pronto a dire tutto ciò che da lui si vuole sapere. Cheney ha fatto il nome di almeno un detenuto che è stato sottoposto a quel trattamento – il famoso Khaled Sheikh Mohammed, considerato il cervello dell’attacco contro le Torri Gemelle – per dire che lui ha fornito «informazioni di enorme valore sul numero dei militanti di Al Qaeda, su come loro preparano i loro piani, su come funzionano i loro addestramenti e così via». A quel punto l’intervistatore, mostrandosi molto impressionato da quella spiegazione che «ci fa sentire più sicuri», chiede a Cheney se non sia d’accordo che il dibattito sul waterboarding non sia «un po’ sciocco» e il vicepresidente si dice «del tutto d’accordo».
Del resto lo scopo dell’intervista era di far rientrare la «paura del terrorismo» nel dibattito elettorale, ormai completamente monopolizzata dal disastro iracheno e quindi molto pericoloso per le fortune del partito repubblicano. Se davvero Cheney e la sua «spalla» Scott Hennen siano riusciti nell’impresa è dubbio. Di sicuro il vice presidente è riuscito a riaffermare la sua figura come la più sinistra – ma in qualche modo la più schietta – di questa amministrazione. Ma c’è una cosa che va ricordata, e cioè che il dibattito e le decisioni prese sulla pratica della tortura non era centrato sull’elemento «salvare vite umane», che sembra fatto apposta per evocare una situazione in cui si sa che sta per scattare un’azione terroristica ma non si sa esattamente cosa verrà colpito, dove e quando e l’unico modo per saperlo e quindi salvare vite umane è torturare chi «si è sicuri che lo sa», tipo uno di quelli impegnati nell’azione. No, la legge che consente la tortura Bush l’ha voluta per «sanare» la situazione che si è venuta a creare con i detenuti di Guantanamo e altrove, che – stante che le vecchie leggi che non consentivano la tortura – non si potevano processare perché sarebbero stati tutti assolti. Non potendo confessare di aver portato nella prigione di Cuba gente che in gran parte col terrorismo non c’entra nulla (il 90 per cento di quei detenuti non sono stati catturati dai soldati americani ma consegnati da gente che cercava solo le loro laute ricompense), Bush ha voluto una legge ad hoc che consentisse di processarli e condannarli usando le confessioni estorte con la tortura, in modo che tutto alla fine il processo appaia legittimo. I parlamentari repubblicani gli hanno fato questo regalo e dovrebbe bastare questo a indurre gli elettori del prossimno 7 novemnbre a ripudiarli. Ma è più probabile che siano sconfitti per la guerra in Iraq. Per ora, la bruttura di Bush che il pubblico americano ha individuato è solo questa.