Usa, solo briciole per la Palestina

Abu Mazen aveva preparato il suo viaggio a Washington con cura, non mancando di inviare negli Usa, con diversi giorni di anticipo, l’astro nascente della politica palestinese, Diana Buttu, con l’incarico di spiegare agli americani il punto di vista dell’Anp. Alla fine però ha raccolto poco o nulla in terra americana ma ha soddisfatto le necessità attuali di un George Bush che parlando della questione palestinese tenta di migliorare la sua immagine nel mondo arabo. Quello di ieri alla Casa Bianca è stato un meeting incolore, inodore e insapore, decorato da qualche dichiarazione di Bush contro una ulteriore espansione delle colonie in Cisgiordania e per lo smantellamento degli avamposti colonici. Lotta al terrorismo: è questo il compito principale che gli Usa si attendono da Abu Mazen che ora deve anche guardarsi dal non finire come Yasser Arafat. Il presidente della commissione difesa della Knesset, Yuval Steinitz, ieri ha esortato il governo Sharon a porre il presidente palestinese di fronte ad un aut aut: o usa la forza contro le «organizzazioni terroristiche» o verrà confinato nella Muqata di Ramallah, proprio come il suo predecessore. Nell’ufficio ovale, Abu Mazen ha parlato della necessità di rilanciare la Road Map – il piano di pace sponsorizzato dal Quartetto (Usa, Russia, Onu e Ue) che prevede la nascita di uno Stato palestinese – ha condannato le misure restrittive imposte all’intera popolazione palestinese dalle forze di occupazione (in particolare dopo l’uccisione di tre coloni ebrei in un agguato di militanti dell’Intifada) e ha denunciato le gravi conseguenze per decine di migliaia di palestinesi della costruzione del muro israeliano in Cisgiordania.

Nella conferenza stampa nel Rose Garden Bush ha recitato un copione noto da tempo: l `obiettivo resta la realizzazione «di due Stati, due democrazie», Israele e la Palestina, «che vivano in pace l’uno accanto all’altro» ma ha ammesso «di non saper dire quando» la Palestina sarà Stato. Soprattutto ha rifiutato di stabilire un legame fra il conseguimento dell’indipendenza palestinese e la fine del suo mandato nel gennaio 2009: «Non bisogna ragionare sui calendari politici americani – ha avvertito – se si farà prima, ne sarò volentieri testimone. Se non si farà, lavoreremo duro per porre le basi perché un’intesa in tal senso possa essere raggiunta». Nel suo esercizio di retorica Bush non ha neppure sollecitato, come speravano i palestinesi, una ripresa dei negoziati diretti tra le due parti, confermando che gli Stati Uniti si muovono solo in linea con la strategia del premier israeliano Sharon, impegnato a realizzare i suoi progetti unilaterali tenendo chiusi nell’armadio i palestinesi. Il presidente americano infine è stato anche prodigo di elogi quando ha dovuto parlare dello scolaretto Abu Mazen, definendolo «devoto alla pace», eletto «su una piattaforma di pace» e che ha dato un forte contributo al ritiro degli israeliani dalla Striscia di Gaza. Elogi che non ha fatto mancare anche all’alleato Ariel Sharon. Infine ha «regalato» ad Abu Mazen un nuovo coordinatore americano per la sicurezza palestinese. Il presidente Usa nominerà nei prossimi giorni il successore del generale Ward che dovrà «aiutare» Abu Mazen e l’Anp a «rispettare l’obbligo di porre fine agli attacchi terroristici, smantellare le infrastrutture del terrorismo, garantire l’ordine pubblico e provvedere alla sicurezza)». Ariel Sharon certo non aveva motivi di lamentarsi delle notizie in arrivo ieri sera dagli Usa anche se da Bush si attendeva dichiarazioni di aperta opposizione alla partecipazione degli islamisti di Hamas alle elezioni palestinesi del 25 gennaio 2006.

Amari i commenti nei Territori occupati. «Dall’incontro – ha detto Ali Jirbawi, un analista dell’università di Bir Zeit (Cisgiordania) – viene fuori una spinta debole al processo di pace e nessun fatto nuovo. Con i magri risultati raccolti a Washington, Abu Mazen vede la sua posizione farsi ancora più precaria, non avrà vita facile a convincere le formazioni palestinesi più radicali a rinunciare alla lotta armata».