Usa, la spesa militare non copre più lo stallo dell’economia

I dati appena pubblicati negli Stati uniti che registrano un rallentamento della crescita economica nel primo trimestre dell’anno in corso avvalorano le aspettative di un peggioramento della congiuntura internazionale, così che non appare scontato il raggiungimento del tasso di sviluppo del 4,3 per cento della produzione mondiale nel 2005, previsto dal Fondo monetario internazionale nelle sue proiezioni più recenti, che rappresenta comunque una decelerazione rispetto al tasso del 5,1 conseguito nel 2004.
In effetti, sempre più, fonti ufficiali e non, esprimono dubbi sulla tenuta dell’economia statunitense alla luce dell’ulteriore aumento del già enorme disavanzo corrente della bilancia dei pagamenti e dell’indebitamento netto verso l’estero non lontano dal 30 per cento del Pil, che adombrano il pericolo di una caduta secca del corso di cambio del dollaro, con ripercussioni negative a catena sull’economia mondiale. Peraltro, è la stessa composizione della crescita americana fra il 2000 e il 2004 a suscitare non poche perplessità: l’incremento del 10 per cento del Pil reale è da ricondurre a un boom della spesa militare del 32, all’aumento dei consumi delle famiglie del 13 e degli investimenti in abitazioni del 25 per cento, mentre gli investimenti in impianti e attrezzature sono saliti solo del 3 per cento.

Sempre all’interno dell’area capitalistica sviluppata si osserva una nuova attenuazione del ritmo di espansione del Pil in Giappone, mentre continua il ristagno dei paesi appartenenti alla zona dell’euro, fiaccati da una politica fiscale che mira alla riduzione della spesa pubblica.

Quanto all’area extra-sviluppata, il persistente rincaro del petrolio sta favorendo i paesi esportatori netti del greggio, ma mette in difficoltà le economie dell’Europa centrorientale e dell’America latina e Caraibi; per l’anno in corso il Fmi prevede un aumento complessivo del Pil pro-capite del 5 per cento, contro il 6 nel 2004, ma inferiore al 3 nell’America centromeridionale e pari al 4 nell’Europa dell’Est. Inoltre, la politica del Fondo monetario internazionale, volta a far rispettare il vincolo del debito estero dell’Argentina, potrebbe bloccare la ripresa economica di questo paese e dell’intero continente.

Come già accennato, un problema sempre più acuto è costituito dal disavanzo delle partite correnti degli Stati uniti: nel 1984, ultimo anno in cui questi ultimi registrarono una posizione creditrice netta verso l’estero, tale disavanzo corrispondeva all’1,5 per cento del Pil; successivamente esso è salito al 3,5 nel 1999 per poi balzare in soli cinque anni al 5,7 per cento nel 2004, portando la posizione debitrice netta verso l’estero a oltre il 25 per cento del Pil. Sono anni che si discute sull’insostenibilità di questi andamenti e coloro che ne hanno negato la pericolosità hanno avuto buon gioco a minimizzare l’urgenza di un riequilibrio, ma più quest’ultimo viene procrastinato, maggiore è il rischio di una caduta senza precedenti del dollaro con effetti devastanti sull’economia mondiale.

Nell’area capitalistica sviluppata le politiche economiche di tipo congiunturale si trovano di fronte a un grosso dilemma: se, come sostengono alcuni economisti, il rialzo dei prezzi del petrolio dovesse continuare, il pericolo di un’elevata inflazione potrebbe indurre le autorità responsabili a passare a una politica di tassi di interesse elevati, non solo negli Stati uniti dove questa è già in corso, ma anche in quei paesi, area dell’euro in primis, in cui il ristagno della domanda richiede invece una politica fiscale espansiva.

Tuttavia, il problema non è solo di natura congiunturale: le ultime proposte di politica economica volte a scongiurare una depressione nei paesi capitalistici sviluppati mostrano che l’ideologia neoliberista è arrivata alla frutta: si sostiene, infatti, che un’espansione stabile si può realizzare solo aumentando l’orario di lavoro e riducendo la tassazione: si chiede addirittura l’adozione universale di un’aliquota unica di imposta sul reddito molto bassa (The Economist del 16 aprile, in un Rapporto speciale dal titolo significativo “The case for flat taxes”) tale da compromettere qualsiasi azione di manovra anticiclica da parte dello Stato. E si fa questo in una situazione caratterizzata dalla divaricazione crescente fra la quota di reddito sempre più elevata, che grazie al neoliberismo viene accaparrata dallo strato più ricco della popolazione e spesa in consumi di lusso, e la quota di redditi da lavoro sempre più bassa, derivante dal contenimento dei salari e dall’alto livello di disoccupazione, che verrebbe portato alle stelle dall’incremento dell’orario di lavoro.