Usa, la sfida delle primarie si decide sulla guerra

Ieri era una giornata elettorale negli Stati Uniti. In cinque stati – Connecticut, Colorado, Missouri, Michigan e Georgia – gli elettori registrati repubblicani e democratici facevano la fila davnti ai seggi delle primarie per scegliere quali candidati sostenere alle elezioni di mezzo termine del prossimo novembre. La lotta più dura, quella su cui si concentra l’attenzione dei media nord americani, è quella per il seggio senatoriale democratico in Connecticut. Qui l’anziano Joe Lieberman, eletto per la prima volta nel 1989, candidato vice presidente con Al Gore nel 2000 e concorrente sconfitto alle primarie per la presidenza nel 2004, rischia il posto. Il motivo è semplice, lui, come molti suoi colleghi, ha appoggiato la scelta dell’amministrazione Bush di muovere guerra all’Iraq. Come sarà andata a finire lo vedremo oggi, ma di sicuro, stavolta, la candidatura se la dovrà sudare: Ned Lamont, imprenditore milionario del settore delle telecomunicazioni conduce nei sondaggi con sei punti di vantaggio, e il motivo è proprio la campagna contro la guerra che ha fatto in questi mesi. Solo la perdita di consensi registrata nell’ultima settimana da Lamont (-7 per cento) lascia qualche incertezza al risultato: spesso succede che l’outsider abbia gran successo di pubblico e poi finisca schiantandosi contro il muro della macchina elettorale dei candidati tradizionali. Potrebbe essere il caso di Lamont, che pure ha speso 4 milioni di dollari per imporre la propria immagine in Connecticut.
L’attenzione sulla sfida è tale che i giornali americani parlano di intensità da primarie per la presidenza, con i due candidati inseguiti in ogni angolo dai cronisti. Anche il numero di elettori che si sono registrati per poter scegliere chi far correre contro i repubblicani in un seggio considerato sicuro, sono molti: 26mila tra indipendenti e democratici da maggio in poi (in totale hanno diritto a partecipare alle primarie circa mezzo milione di persone).

Lieberman ha promesso che, se anche sconfitto, si candiderà comunque come indipendente. La questione però non è il futuro politico del 64enne senatore del Connecticut, quanto il peso elettorale che la vicenda irachena mantiene a più di tre anni dalla caduta di Saddam Hussein. Nel 2004 il democratico John Kerry ha pagato caro il suo avere un’opinione che i repubblicani dipingevano come “flip-flop”, altalenante, insicura.

Un sondaggio sulle intenzioni di voto commissionato dal Washington post e dalla Abc consegna un quadro inquietante per tutti coloro che a novembre mettono in gioco il proprio seggio. Se in altri sondaggi i democratici sono in vantaggio e sognano di riconquistare la maggioranza in uno dei rami del Congresso, l’inchiesta del Post si concentra sugli incumbent, sugli eletti che si ripresentano. I risultati sono preoccupanti: il 53 per cento degli elettori dice che in questo momento tenderebbe a votare contro il candidato incumbent (solo il 29 è contento del suo rappresentante a Washington, il 13 non voterebbe per nessuno, il 5 non sa). Spesso gli elettori rimangono delusi dal proprio eletto, ma dal 1994 nessun sondaggio aveva rivelato tanta disaffezione verso il Parlamento eletto.

La seconda e la terza domanda sono sull’Iraq. L’81 per cento dei democratici e il 64 per cento degli indipendenti crede che non sia valsa la pena di fare la guerra, percentuale che crolla al 24 tra i repubblicani. Il cmpione è diviso anche sull’ipotesi di voto ai candidati che hanno sostenuto la guerra: il 54 per cento dei democratici e il 41 degli indipendenti si opporrebbero a candidati che hanno sostenuto Bush sull’Iraq – i repubblicani sono il 18 per cento. Per i democratici la lotta si presenta di nuovo complicata: distanziarsi da Bush per motivare il proprio elettorato deluso o corteggiare il voto repubblicano che in molti stati resta maggioritario? Lavorare a un profilo diverso e fare cagara sull’Iraq o provare a spostare l’attenzione su qualcos’altro? Si faranno scelte diverse a seconda degli stati e del profilo dei candidati, ma di certo per gli strateghi democratici quella dell’Iraq resta una delle matasse difficili da dipanare per provare a risalire la china.