Usa, la scomessa di un nuovo sindacato

Sei milioni di iscritti, 7 sigle sindacali, oltre 30 città rappresentate e delegazioni anche dal Canada. Questo è stato il primo congresso dell’americana Change to Win, la nuova figura del panorama sindacale internazionale. Las Vegas è la città che ha ospitato la convention dei ribelli dell’Afl-Cio, usciti nel luglio scorso dalla casa madre a 50 anni dalla fondazione, per dare una svolta all’attività sindacale negli Usa e – usando il loro slogan – per far risorgere il “sogno americano”. Nella città del divertimento, all’interno dell’Mgm, uno dei tanti alberghi (anche se chiamarli in questo modo è riduttivo, dato che ospitano di tutto, dalle camere da letto ai casinò, dai bar alle piscine, dai teatri ai concerti di Celine Dion o il Cirque de Soleil) il nuovo sindacato americano si è ufficialmente presentato alla platea internazionale. Gli organizzatori si aspettavano qualche centinaia di partecipanti, alla fine sono arrivati più di 2mila lavoratori da tutti gli Usa e non solo (presenti anche delegazione dal Canada e dal Messico).
In un’atmosfera holliwodiana, come era logico aspettarsi, i leader delle 7 sigle, singoli lavoratori, ospiti stranieri (come il segretario del sindacato dei trasporti inglese, Tony Woodely), attivisti (come I promotori della campagna Wake up Wall Mart, contro la multinazionale della distribuzione o il reverendo Joseph Lowery, compagno di battaglia di Martin Luther King) e il vice di John Kerry nella corsa contro Bush, il senatore John Edwards, si sono alternati a parlare alla platea della Directory Room del Conference Center sotto i 4 maxischermi che fra una standing ovation e l’altra proiettavano slide con dati sull’economia Americana e le statistiche sulle condizioni dei lavoratori, e video sugli scioperi e le campagne già realizzati dai 7 sindacati. Fra queste “Hotel workers rising” che ha visto insorgere in 11 città I lavoratori degli hotel e degli aeroporti, alle prese con discriminazioni razziali e di genere, pagati al massimo 8 euro e 30 centesimi all’ora e senza aver mai visto lo straccio di un’assistenza sanitaria o di una copertura previdenziale. Queste erano le condizioni per I lavoratori non sindacalizzati, mentre in città come New York o San Francisco, dove le union sono forti e presenti, la loro situazione era drammaticamente opposta. Da qui è partita “Hotel workers rising” che ha permesso il raggiungimento di giusti salari (in media 15 dollari all’ora) e di una copertura previdenziale e sanitaria anche per I lavoratori degli hotel di altre città, come Los Angeles e la stessa Las Vegas.

Quella negli hotel è solo una delle iniziative portate avanti con successo dai nuovi affiliati a Ctw, ma il filo conduttore dei 4 giorni di plenaria, workshop e brainstorming, ha richiamato direttamente I motivi della storica rottura dall’Afl-Cio: come organizzarsi per costruire l’unità di tutti I lavoratori americani. Camionisti, lavoratori dei servizi, del commercio, dell’industria, dell’edilizia, degli hotel e degli aeroporti, e la confederazione del Nord America per la prima volta hanno vissuto quattro giorni gomito a gomito per decidere quali strategie adottare nell’immediato futuro, perché, come ha detto nella sua relazione introduttiva, il segretario generale Anna Burger, «se negli ultimi anni la produttività delle aziende è cresciuta e contemporaneamente i salari sono rimasti fermi e le percentuali dei lavoratori con assistenza sanitaria per loro e le loro famiglie si sono abbassate, così come il tasso di sindacalizzazione, significa che abbiamo sbagliato qualcosa».

La teoria da cui parte Ctw è che le condizioni della working class Americana (la classe media, «vera spina dorsale del Paese») sono peggiorate perchè il sindacato è sparito dai luoghi di lavoro, i lavoratori si sono ritrovati isolati e le multinazionali e i datori di lavoro hanno potuto fare quello che hanno voluto. La strategia che il sindacato si è dato è quindi quella di mettere in campo battaglie che coinvolgano tutte le categorie: c’è da rinnovare il contratto dei camionisti? Bene, anche gli edili scendano in sciopero con loro; c’è una situazione di violazione dei diritti in un hotel di San Diego? Tutti a parlare con quei lavoratori per portarli sotto la loro protezione. L’obiettivo e’ ambizioso, ma lo hanno già fatto, come a Los Angeles per i diritti dei dipendenti degli hotel o come a Sikorsky dove I camionisti sono in sciopero per riottenere l’assistenza sanitaria. Non tralasciano neanche la dimensione internazionale, Burger e soci, dato che «l’economia è globalizzata e quindi noi dobbiamo affrontarla sullo stesso piano, ossia alleandoci con le confederazioni degli altri Paesi».

Ogni sindacato ha prefissato una scala di obiettivi, poi i gruppi si sono mischiati e hanno fatto brainstorming per decidere le strategie volte a coinvolgere il maggior numero di lavoratori possibile, attirare l’attenzione dei media e per far pressione sui politici. Per esempio, sopra ogni tavolo della sala pranzo c’era un volantino con i numeri di telefono degli uffici di alcuni senatori e il compito di ogni delegato era di chiamarli e chiedere di modificare la legge sull’immigrazione per far sì che i migranti diventino cittadini e lavoratori con gli stessi diritti di tutti gli altri.

Insomma, un congresso che dietro a luci, musica, slogan e standing ovation dal sapore prettamente yankee, ha una piattaforma reale e concreta, frutto di esperienze importanti e di persone vogliose di tornare in strada e nei luoghi di lavoro per formare un’unica massa di lavoratori in cerca di diritti. La prova del battesimo, Change to Win l’ha superata. Adesso è atteso alla prova dei fatti e la prima occasione l’avrà con la campagna di mobilitazione “Make work pay” dal 24 al 27 aprile. Sarà quello il momento di far vedere se sarà veramente capace di «cambiare per vincere».