Usa, la guerra va alle urne. E forse perde

Quella che verrà decisa oggi dagli elettori democratici del Connecticut non è una semplice elezione primaria per un seggio al Senato. E’infatti verosimile che il risultato dello scontro tra il senatore in carica Joseph (Joe) Lieberman e lo sfidante Ned Lamont abbia un peso decisivo sugli equilibri interni al partito democratico e sul modo in cui lo stesso affronterà il decisivo scontro elettorale di novembre per il controllo della Camera e del Senato. «Questa è una battaglia per l’anima del partito democratico” ha dichiarato con qualche timore Marshall Wittman, esponente di punta del Democratic Leadership Council (Dlc), la corrente moderata/clintoniana del partito.
Che questo scenario nasca nel piccolo stato del Connecticut e da una elezione primaria a cui fino a due mesi fa pochissimi prestavano attenzione è abbastanza sorprendente, soprattutto per il peso politico dei due contendenti. Da un lato c’è infatti Lieberman, senatore da 18 anni, sempre rieletto con maggioranze quasi bulgare, candidato alla vice-presidenza con Al Gore nel 2000 e candidato (ingloriosamente sconfitto) alla nomination democratica nel 2004. Lieberman è stato tra i democratici uno dei maggiori sostenitori della politica estera di Bush e della guerra in Iraq, ricambiato con uno storico bacio pubblico da George W. al termine di un discorso presidenziale sullo Stato dell’Unione. E’ un falco filo-israeliano, sostenitore, insieme con i predicatori integralisti Jerry Falwell e Pat Robertson, del gruppo conservatore International Fellowship of Christians and Jews. Si è unito ai senatori repubblicani per bloccare l’ostruzionismo parlamentare alla nomina alla Corte suprema del super-conservatore Samuel Alito e ha sostenuto la misure per limitare la responsabilità delle grandi corporation. «Un nuovo genere di democratico. Genere repubblicano», dice il divertente sito parodistico anti-Lieberman (www.joseph2004.org).
A sfidare Lieberman, considerato uno dei senatori più potenti, un illustre sconosciuto, ma non sprovveduto, Ned Lamont. 52 anni, look kennediano, laureato ad Harvard, famiglia di grandi tradizioni politiche (repubblicane illuminate), imprenditore nel campo dei media e dell’hi-tech, un patrimonio valutato intorno ai 300 milioni di dollari. Posizioni liberal cristalline (è addirittura contrario alla pena di morte e a favore di una tassazione più progressiva) e un’opposizione nettissima alla guerra in Iraq. E’ stato proprio il tema della guerra a lanciare l’irresistibile ascesa di Lamont, una nullità statistica fino a maggio, dieci punti indietro nei sondaggi di giugno, poi dato alla pari a inizio luglio e addirittura con 13 punti di vantaggio a una settimana dal voto. Questo e il bacio della morte tra Bush e Lieberman. A sostegno di Lieberman sono corsi gli esponenti del Dlc, da Clinton (che è passato in Connecticut la settimana scorsa, nonostante Lieberman fosse stato uno dei pochi esponenti democratici a condannarlo per il caso-Lewinsky) alla moglie Hillary. Ma sono arrivati anche esponenti centristi come l’astro nascente democratico Barak Obama, senatore dell’Illinois, e progressisti come la californiana Barbara Boxer.
Ma significative anche le assenze, a cominciare da quella di Al Gore e John Kerry. E importanti anche gli endorsements per l’avversario Lamont, specie quello, potenzialmente devastante per Lieberman, del New York Times, per continuare con quelli quasi unanimi dell’universo dei blogger progressisti, che sembrano oggi in grado di mobilitare fasce molto ampie di elettorato democratico. In realtà le primarie del Connecticut sono un test decisivo anche per loro e per MoveOn.org, l’organizzazione progressista che si muove prevalentemente on-line e che ha sostenuto anche finanziariamente Lamont. Dopo campagne partite bene e finite in fumo, come quelle a favore di Howard Dean nel 2004 o, più recentemente, del pacifista Paul Hackett in Ohio, ritiratosi su pressione dell’establishment democratico, MoveOn.org con Lamont ha la possibilità per la prima volta di vincere e di uscire da uno status di marginalità. Lieberman ha annunciato che in caso di sconfitta correrà come indipendente, mossa accolta malissimo dagli elettori democratici.