Usa-Iran, rischio di un altro shock petrolifero

E’ uscito in questi giorni per Castelvecchi editore “Petrolio shock. La crisi energetica dalle guerre di Bush alla polveriera iraniana”, un libro di Gabriele Catania. Pubblichiamo un estratto dell’introduzione.

Secondo il Fondo Monetario Internazionale (IMF) nel 2008 il Pil italiano si è contratto dell’1%, il peggior dato dal 1980, quando la Rivoluzione Iraniana e l’immenso panico che ne seguì causarono il secondo shock petrolifero della Storia. E il 2009 dovrebbe essere un anno ancora più nero, perché il calo sarà del 5,1%. Per un paese come il nostro, privo di risorse energetiche, il prezzo del petrolio ha un’importanza cruciale. In questi ultimi anni i costi astronomici dell’energia hanno rappresentato un fardello pesantissimo sia per le famiglie che per le imprese: fare il pieno è diventato un lusso, l’inflazione ha eroso gli stipendi, le bollette di luce e gas si sono fatte sempre più pesanti. La tesi di questo libro è che lo shock petrolifero che si è verificato tra il 2002 e l’estate del 2008 abbia gravemente danneggiato l’economia europea (e a maggior ragione quella italiana, più fragile), e che causa di tale shock (il terzo della Storia) sia stata la folle decisione americana di invadere l’Iraq. Con i loro errori, Bush e i neocon hanno messo fuori gioco l’unica industria petrolifera che avrebbe potuto compensare la crescita della domanda energetica mondiale, causata in primo luogo dallo sviluppo industriale di Cina e India.

Lo shock petrolifero ha colpito l’Europa e il Giappone molto più dell’America, ormai una superpotenza postindustriale e post-idrocarburica (due terzi del petrolio statunitense è destinato ai trasporti), fondata sulla scienza e sulla tecnologia. Inoltre bisogna rammentare che l’Unione Europea importa circa la stessa quantità di petrolio dell’America, oltre 12 milioni di barili al giorno, e che l’eurozona è, da sola, il secondo consumatore mondiale di oro nero. In realtà negli ultimi anni l’unica grande economia ad aver retto il passo dei giganti asiatici è stata proprio quella statunitense. Perfino nel 2008, malgrado due guerre estremamente costose, ventisei fallimenti bancari, la recessione immobiliare e il crollo delle Borse, il Pil americano ha fatto lievemente meglio di quello dell’eurozona. Certo, quest’anno si contrarrà del 2,6%, ma per l’eurozona andrà peggio, dato che il calo sarà pari al 4,8%. L’invasione dell’Iraq ha contribuito in maniera decisiva anche all’attuale crisi finanziaria: il massiccio aumento del deficit provocato dalla crescita delle spese militari e le incertezze connesse alla guerra sono state tra le cause che hanno spinto la Federal Reserve a tenere bassi i tassi d’interesse.

Ciò ha gonfiato ancora di più la bolla immobiliare originata agli albori di questo secolo, ed esplosa nell’estate del 2008, quando sempre più famiglie a basso reddito, prostrate dal caro-benzina e dal caro-cibo, hanno smesso di pagare i loro mutui, i famigerati subprime. Ora alla Casa Bianca c’è un nuovo Presidente, Barack Obama. Se egli dovesse seguire il solco del suo predecessore, permettendo o addirittura ordinando un attacco all’Iran (quarto produttore petrolifero del pianeta), quel che è accaduto in questi anni apparirebbe, al confronto, un tragico scherzo.