Usa, il Partito democratico alla prova della maggioranza

Oggi si insedia finalmente il Congresso a maggioranza democratica, un passaggio cruciale per la politica americana e per le conseguenze per la politica estera della prima potenza mondiale. Il nuovo Congresso è pieno di caratteristiche nuove: c’è un record di donne tra gli eletti (il 16,5%) e per la prima volta nella storia degli Stati uniti i rappresentanti dovranno rivolgersi alla presidente della Camera Nancy Pelosi come a «madam speaker»; dal Vermont arriverà al Senato Bernie Sanders, eletto nel Vermont e primo socialista a occupare uno scranno della Camera alta, mentre dal Minnesota arriva il rappresentante musulmano Keith Ellison che giurerà su un veccho Corano appartenuto a Thomas Jefferson. E poi un record di facce nuove o quasi, con la larga parte degli eletti per la maggioranza che non calcavano la scena politica nel 1994, anno della catastrofe democratica. La leadership del partito dell’asinello non deve fare sonni tranquilli. Non solo la maggioranza di uno al Senato è in crisi a causa dell’operazione al cervello del senatore Johnson, ma oltre al socialista Sanders c’è, ad esempio, Joe Liebermann, da sempre favorevole alla guerra in Iraq e con un curriculum non esattamente liberal. Se alla Camera le leggi che Nancy Pelosi ha in testa di far approvare nelle prime 100 ore di attività legislativa passerannno senza problemi, per Herry Reid – omologo di Pelosi al Senato – sarà tutto più difficile.
Ai primi posti nella lista democratica ci sono due leggi che a rigor di logica non dovrebbero incontrare troppi ostacoli: l’aumento della paga minima e la riconrattazione dei costi dei medicinali con i giganti farmaceutici. Il problema è che per far passare in particolar modo la seconda i repubblicani vorranno qualcosa in cambio.
Dal giorno della vittoria democratica nella politica statunitense non si fa altro che ripetere che occorre mettere fine alla partigianeria e tentare di lavorare assieme, democratici e repubblicani, amministrazione e Congresso. Ieri è stata la volta del presidente Bush che ha auspicato che la nuova maggioranza non voglia forzare la mano. Verrebbe da dire, dopo anni di forzature su tutto, che all’inquilino della Casa Bianca manca il senso del ridicolo, ma proprio ieri Pat Robertson, uno dei più popolari predicatori televisivi ha annunciato in diretta che dio gli ha spiegato che entro la fine del 2007 ci sarà un attacco terroristico tremendo. «Dio non mi ha detto se sarà un attacco nucleare, ma credo che sarà qualcosa del genere» ha spiegato Robertson, che parlò dell’ictus di Sharon come di una punizione per aver ceduto le colonie e predisse la rielezione di Bush. All’ala religiosa dei repubblicani, dunque, il senso del ridicolo manca, ma il problema della coabitazione rimane. Un terreno di possibile convergenza è quello dell’immigrazione sul quale c’è già un testo pronto che prevede una sanatoria per circa metà delle persone senza documenti presenti negli Stati Uniti. Territori spinosi sono quelli dell’etica della politica – «ci vuole una donna per ripulire» è uno slogan della Pelosi – e della produttività del Congresso.
La legislatura uscente è quella che ha speso 320 milioni di dollari per un ponte inutile in Alaska o 640 milioni per i gabinetti dell’esercito. Tutto attraverso una procedura lecita che consente al singolo eletto di allocare risorse del Tesoro e che ha prodotto grande discredito nei confronti dei repubblicani e di tutta la politica. Uno dei motivi della sconfitta del partito del presidente alle elezioni di mezzo termine è proprio il basso profilo morale. Sulle spese hanno giocato entrambi i partiti con uno che era maggioranza e giocava di più, ma nel Grand Old Party di Bush la disinvoltura nello spendere si è accompagnata agli scandali veri e questo ha pesato. Ora si tratta di riformare le modalità di approvazione delle spese e trovare una strada che non paralizza i lavori e risulta garantisca pulizia non sarà facile. La seconda difficoltà è legata alla maggioranza risicata. I repubblicani faranno di tutto per torvare qualche voto nella destra democratica e per bloccare le iniziative democratiche. I democratici possono fare lo stesso. Il rischio è che nei prossimi due anni – come quelli precedenti per altri motivi – il Congresso sia ancora paralizzato. A pagarla stavolta potrebbe essere il partito di maggioranza. La madre di tutte le battaglie parlamentari sarà comunque l’Iraq. Il Congresso non fa la politica di guerra, ma finanzia le operazioni. I democratici decideranno di colpire la guerra tagliando i fondi? Negheranno il reclutamento di quei nuovi riservisti che i generali dicono indispensabili per far girare la macchina dell’esercito? Ci vorrebbe coraggio. A parole i presidenti delle commissioni che si occupano di esercito e politica estera sono per il ritiro o la strategia Baker, ma un conto è dover decidere del ritiro, un altro tagliare i rifornimenti al tuo esercito in guerra. Ciascuna scelta potrebbe essere controproducente in termini di consensi elettorali e tra un anno comincia la più lunga campagna elettorale della storia degli Stati Uniti.