Usa, governo «etnico» per l’Iraq

Zalmay Khalilzad, il viceré Usa un Iraq, dopo quattro mesi di snervanti discussioni con e tra le varie fazioni irachene filo-Usa e filo-Iran in lotta per dividersi le briciole cadute dalla tavola degli occupanti, è riuscito ieri a dare al governo del paese quelle «facce indigene» necessarie per legittimare l’occupazione e il saccheggio delle risorse irachene: si tratta delle nuove massime cariche istituzionali dal presidente della repubblica, a quello del parlamento sino al nuovo primo ministro, ratificate ieri dal parlamentino di Baghdad dopo essere stati scelti ancora una volta secondo un rigido criterio etnico-confessionale, essenziale per indebolire e disgregare sempre più l’Iraq fino a quando gli occupanti stessi, causa del problema, sembreranno invece l’unica colla che lo può tenere, anche se solo tenuamente e formalmente, insieme.
Dopo un braccio di ferro di quattro mesi interno alla coalizione sciita filo-Usa e filo-Iran (in particolare tra il gruppo di Moqtada al Sadr sciita-arabo e quello degli al Hakim sciita-iraniano) che si è aggiudicata la maggioranza nel nuovo parlamento, ieri l’assemblea di Baghdad ha dato il via libera all’organigramma deciso nel corso di complessi negoziati tra lo stesso ambasciatore Usa e gli ayatollah sciiti di Najaf. Specchio del condominio realizzatosi sul paese tra Usa e Iran. Un condominio che però negli ultimi tempi si era sbilanciato secondo Washington troppo a favore dell’Iran e delle milizie addestrate a Tehran – gettatesi in una vera e propria caccia al sunnita che ha finito per rafforzare la resistenza anti-Usa – e che Khalilzad ha cercato, segnando alcuni punti, di riequilibrare a suo favore. Naturalmente al prezzo di una totale emarginazione delle formazioni laiche e interconfessionali, compreso lo stesso ex premier ed ex prediletto Iyad Allawi.
In un’afosa aula del parlamento, nella superprotetta «zona verde» di Baghdad è stato così confermato alla presidenza l’esponente curdo Jalal Talabani al quale sono stati affiancati due vice-presidenti l’islamista sunnita Tareq al Hashemi, segretario generale del Partito Islamico Iracheno (vicino ai Fratelli musulmani) e lo sciita Adel Abdul Mahdi, candidato premier del Consiglio Supremo per la rivoluzione islamica in Iraq, il partito più vicino a Tehran. Presidente del parlamento è stato designato Mahmoud al Mashadani, esponente islamista sunnita affiancato da uno sciita (Khaled al Attiyah) e da un curdo (Aref Tayfur). Sulla poltrona di premier è invece andato Jawad al Maliki, numero due del partito islamista sciita al Dawa, lo stesso del premier uscente Ibrahim al Jafaari.
Il nuovo premier si chiama in realtà Nouri Kamel Hassan ed è originario della provincia di Kerbala. Dopo aver gestito le milizie del partito – allora dedite a sanguinosi attentati terroristici – al Maliki negli anni ottanta fuggì a Damasco dove è rimasto sino al 2003. Rientrato in patria con gli americani, al Maliki venne posto dal viceré Usa «neocon» Paul Bremer alla vicepresidenza della Commissione incaricata di cacciare dagli impieghi pubblici tutti coloro che erano stati anche solo iscritti al Baath o che sostenevano posizioni pan-arabe o semplicemente anti-occupazione o anti-Iran. Nominato alla Commissione per la nuova costituzione, Jawad al Maliki, è stato inoltre uno dei più strenui difensori della bozza Usa tendente a dividere il paese su basi etniche e confessionali, a cancellare il carattere «arabo» dell’Iraq e ad emarginare la comunità sunnita. Il «duro» nuovo premier al Maliki è anche l’autore delle nuove norme antiterrorismo che prevedono la pena di morte non solo per i membri della resistenza ma anche per i loro sostenitori e finanziatori ed ha già annunciato la sua intenzione non di sciogliere le milizie, soprattutto sciite – che hanno seminato il terrore nel paese – ma piuttosto di «integrarle» nelle forze di polizia. In altri termini di mettere la divisa agli squadroni della morte.
Intanto i soldati delle truppe di occupazione continuano a morire: ieri sono stati uccisi altri cinque marines Usa ed è morto il primo militare australiano. E’ andata decisamente meglio ai soldati italiani. Ieri mattina alle 9,05, ora locale, poco prima di uno dei tre ponti di Nassiriya, teatro dei duri scontri dell’aprile 2004, un ordigno è esploso al passaggio di un convoglio di carabinieri del contingente italiano senza provocare alcun danno ai nostri soldati.