Usa e Taiwan: Le solite provocazioni americane

L’imperialismo statunitense non si smentisce mai, anche con il “democratico e progressista” Obama (il mandante del golpe in Honduras, dell’occupazione militare di Haiti devastata dal tremendo terremoto di gennaio, ecc.): la Casa Bianca ha dichiarato il 30 gennaio di voler vendere armi all’isola cinese di Taiwan per un valore di 6,4 miliardi di dollari, dopo un altro annuncio di analogo tenore nel dicembre dello scorso anno, con la lucrosa fornitura a quest’ ultima di elicotteri Black Hawk, missili Patriot e tecnologia militare di alto livello. (1)

Ora, proprio gli Stati Uniti nel 1979 avevano riconosciuto pubblicamente e con un trattato internazionale che Taiwan costituiva parte integrale della Cina; da quasi un paio di anni ed a partire dal marzo 2008, inoltre, le relazioni politiche, economiche e commerciali tra la Cina continentale e Taiwan sono progressivamente migliorate e stanno ormai entrando in una fase di fruttuosa coesistenza pacifica, di tipo multilaterale.

La mossa statunitense costituisce pertanto l’ennesima e plateale provocazione del declinante ma ancora forte imperialismo statunitense contro il partito comunista ed il popolo cinese: oltre alla contingente irritazione di Washington per il rifiuto cinese di aderire a nuove sanzioni contro l’Iran (in questo quadro va inserita anche la campagna mirata della Clinton sull’affare “Google”, di recente data), le misure prese dall’amministrazione di Obama risentono pesantemente anche di un dato di valenza strategica, e cioè della crescente preoccupazione della borghesia statunitense e mondiale per il formidabile e pacifico processo di accumulazione di forze compiuto dalla Cina socialista negli ultimi tre decenni.

La Cina andava bene al mondo occidentale quando era debole e sfruttata, come avvenne al tempo della “guerra dell’oppio” (1840/42) compiuta dagli spacciatori della borghesia inglese, posta forzatamente in una condizione di semicolonia dell’imperialismo che è continuata poi fino al 1949, ma non certo in qualità di prima potenza economica mondiale (a parità di potere d’acquisto). Bene ha fatto pertanto il governo cinese a denunciare con forza, a nome di tutta la popolazione della gigantesca nazione asiatica, l’azione aggressiva degli Stati Uniti ed a bloccare allo stesso tempo ogni tipo di relazioni militari tra i due paesi, preannunciando sanzioni contro la multinazionali americane interessate alla vendita di armamenti a Taiwan: come avevano già dimostrato in un altro contesto gli eroici vietcong, l’unico linguaggio che l’imperialismo statunitense sa riconoscere sul serio sono dei colpi selettivi nelle sue p…arti più scoperte e vulnerabili.

Fonti:

(1) Quotidiano del Popolo, 30 gennaio 2010,

“FM: US arms sales harm cooperation”,

in english.peopledaily.com.cn;

G. Samarani e M. Scarpari, ” La Cina. Verso la modernità” , vol. terzo, pag. 293, ed. Einaudi