Usa e Russia si gelano

Mikhail Khodorkovskij ormai è fuori scena da una settimana – anche se potrebbe presto ricomparire in modo clamoroso – ma la sua carcerazione è diventata il casus belli del più spettacolare conflitto politico che da molti anni abbia coinvolto la Russia. Ieri il premier Mikhail Kasyanov si è detto «profondamente preoccupato» per le ultime mosse della procura (che agisce su indicazione dei ministeri «armati» e dello stesso presidente Vladimir Putin) come il congelamento del pacchetto azionario di controllo del gigante petrolifero Yukos, di proprietà di Khodorkovskij e vari finanzieri suoi alleati, alcuni in carcere, altri riparati a Londra e in Israele, dove hanno chiesto asilo politico. Kasyanov si è fermato qui, ma molto più lontano è andato il ministro del commercio e dello sviluppo economico Arkady Dvorkovich, quando ha affermato davanti a un pubblico di investitori che «il rischio che le colpe passate vengano riesaminate esiste e dovrebbe essere valutato in ogni progetto di investimento in Russia».

In altre parole: gli investitori stranieri stiano attenti perché il business costruito negli anni Novanta dai capitalisti russi ha i piedi d’argilla, e lo stato può decidere di riprendersi quanto aveva dato via per niente. Un’ipotesi che il ministro detesta: secondo lui «si dovrebbe scavare nel passato solo se si cerca un crimine autentico, non semplici tentativi di ottimizzare i pagamenti al fisco». Insomma, una parte consistente del governo, legata alla «famiglia» eltsiniana e agli oligarchi, cerca di sollevare l’opinione del capitalismo internazionale contro Putin.

Un tentativo che ha molti riscontri. Richard Perle, uno dei consiglieri più «falchi» dell’amministrazione Bush, ha esplicitamente chiesto che la Russia sia buttata fuori dal G8 in relazione all’affaire Yukos, e che gli Usa si orientino decisamente a una politica di «contenimento» di Mosca, piuttosto che di collaborazione strategica. L’Economist titola significativamente «Vlad l’impalatore» (dal nome del famigerato principe Dracula di Valacchia, sterminatore dei turchi) il suo articolo sulla vicenda. Molti analisti internazionali in queste ore stanno rilasciando commenti altrettanto negativi anche se meno truculenti: «Gli eventi di questi giorni hanno offuscato le credenziali del presidente Putin come riformista e sostenitore del mercato», dicono importanti agenzie di rating occidentali.

Ma le cose sono assai più complicate. Intanto, le mosse di Putin non sono poi così univoche e «stataliste». Il presidente ha perso il suo capo dell’amministrazione Aleksandr Voloshin, dimessosi per protesta contro l’arresto di Khodorkovskij, ma al suo posto non ha nominato un uomo dei servizi, come molti paventavano, bensì un businessman moderato, Dmitrij Medvedev: pietroburghese come Putin ma gradito agli ambienti finanziari. Poi, una parte non piccola degli stessi analisti occidentali non si mostra allarmata, anzi: Moody’s per esempio ha deciso di confermare il suo buon giudizio sugli investimenti in Russia. Altri fanno notare discretamente che Putin «sta guadagnando il favore del pubblico» mettendo in riga gli oligarchi, e che questo potrebbe preludere a una futura gestione «più professionale e pulita» degli affari economici.

D’altra parte, è vero che gli Stati uniti hanno solide ragioni di preoccupazione. Stanno perdendo uno dopo l’altro i loro amici al Cremlino, e guardano con orrore alle ripercussioni della vicenda sul mercato petrolifero. Se Yukos – che produce un quarto del petrolio russo – salta, o si paralizza, la produzione russa non potrà aumentare come previsto e sperato dagli Usa. Il che appare peraltro un obiettivo del Cremlino «a prescindere»; Mosca non vuole impoverire troppo le proprie riserve, e addirittura il ministero per le risorse naturali sta minacciando nelle ultime settimane di bloccare una serie di licenze già concesse a petrolieri russi e stranieri in Siberia. Ciò vuol dire che i prezzi mondiali aumenteranno molto, e che far funzionare l’Iraq diventerà ancor più necessario… un incubo.

C’è anche chi spera che tutta la vicenda avrà come effetto la candidatura di Khodorkvskij alle presidenziali della primavera prossima: presentandosi come candidato entro il 15 dicembre, il magnate otterrebbe l’immunità e la libertà provvisoria. Secondo un giornale liberale, vari partiti starebbero pensando a candidarlo, compreso il partito comunista; e un sondaggio tra i moscoviti (politicamente assai diversi dai russi in generale) condotto da una radio ha mostrato un notevole consenso intorno all’idea di Khodorkovskij presidente. Insomma, il tutto sarebbe un boomerang per Putin, se non addirittura una trappola ordita contro di lui.

Fantasie. Intanto, il municipio di Mosca ha chiesto ai bambini di non celebrare Halloween, com’è di moda già da qualche anno, perché questa «festa americana» «contiene elementi moralmente distruttivi per i ragazzi…».