Usa, dove il boia non guarda in faccia a nessuno

Incapaci di intendere e di volere, ma non di morire. Negli Usa non basta essere malati di mente per sfuggire alla pena capitale. Lo denuncia Amnesty International in un rapporto che esamina i casi di cento prigionieri affetti da gravi infermità mentali messi a morte dal 1977, anno in cui ripresero le esecuzioni negli Stati uniti. Lo studio rivela che il 10% delle oltre mille esecuzioni avvenute da allora ha riguardato malati di mente. La percentuale è solo indicativa. Non è dato sapere, infatti, quanti tra gli altri condannati soffrissero di patologie simili. Per molti di loro l’ipotesi è stata sollevata nel corso dei processi, ma l’insufficienza di fondi non ha permesso un esame psicologico approfondito. C’è poi da dire che anche chi è sano quando finisce dietro le sbarre, può perdere il senno dopo anni passati nel braccio della morte. E’ significativo, inoltre, che non esistano numeri certi neanche per i condannati ancora vivi: secondo l’Associazione americana della salute mentale, i malati di mente costituiscono oggi dal 5 al 10% dei detenuti in attesa di esecuzione. Non si tratta, insomma, di episodi isolati, ma di casi così frequenti che meritano di essere messi sotto la lente d’ingrandimento. Il sistema sanitario e giudiziario americano non sembra in grado di affrontare la questione nel modo migliore. I problemi cominciano sin dalla fase processo. Spesso i «matti» non sono difesi in modo adeguato e la giuria non si rende conto della portata della loro infermità. Atteggiamenti spavaldi o autolesionisti durante il giudizio sono favoriti dai trattamenti a base di farmaci somministrati agli imputati. Capita così che le bizzarrie dei malati di mente vengano scambiate per mancanza di rimorsi di fronte ai crimini contestati, fatto che aggrava la loro posizione.

La condanna di Amnesty è netta: «Negli Stati Uniti d’America centinaia di persone affette da gravi forme di malattia mentale sono danneggiate da un sistema sanitario troppo lento nell’aiutarle e da un sistema giudiziario troppo veloce nel mandarle a morte». L’esecuzione dei malati mentali risulta ancora più difficile da accettare dopo che, nel giugno del 2002, la Corte suprema Usa ha messo al bando la pena di morte per i ritardati mentali sulla base del divieto contenuto nell’ottavo emendamento per le punizioni crudeli e inusuali. A giudizio della Corte, il disturbo mentale attenua la responsabilità personale. Ma tra ritardo e malattia mentale il confine è molto sottile, tanto che gli effetti sul comportamento possono essere molto simili se non identici. Eppure la distinzione rimane e la morte di stato continua a colpire anche chi, per la medicina, non ha tutte le rotelle a posto.

Il rapporto ricorda il caso di Scott Panetti, schizofrenico soggetto a allucinazioni e più volte ricoverato, che nel lontano 1955 fu condannato a morte in Texas per aver ucciso i genitori adottivi. La sua storia ricorda la trama di un film noir made in Hollywood: Panetti si presentava al processo vestito da cowboy, si difendeva da solo e raccontava di demoni apparsi dopo il suo delitto per dileggiarlo. Secondo un medico presente al processo, l’imputato «era completamente ignaro dell’effetto delle sue parole e delle sue azioni». Nonostante i chiari sintomi di follia, Panetti aspetta da cinquant’anni il giorno dell’esecuzione rinchiuso nella sua cella. La giustizia Usa non si ferma. Neanche se i condannati soffrono di gravi patologie mentali o fisiche, come dimostra anche la storia di Clarence Ray Allen «Orso che corre», l’indiano cieco, cardiopatico e paralizzato ucciso dal boia quindici giorni fa.

* Lettera22 *