«Usa complici dei jihadisti»

Il governo siriano, alla vigilia della riunione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che lunedì discuterà la mozione per l’adozione di sanzioni contro la Siria – accusata da Washington di non voler collaborare con la commissione di inchiesta sull’uccisione dell’ex premier libanese Rafiq Hariri e di permettere l’afflusso verso l’Iraq di combattenti e capitali – ha dato vita ad una sua inchiesta giudiziaria sulla strage del giorno San Valentino, e accusato il governo Usa di non aver voluto «sigillare» il confine con l’Iraq ai combattenti Jihadisti. L’accusa, assai grave, di aver dato la priorità ad un «cambio di regime» a Damasco rispetto ad una «exit strategy» dall’Iraq che potrebbe salvare tante vite americane e irachene, è stata rivolta all’Amministrazione Bush dall’ambasciatore siriano a Washington, Imad Mustapha, in una lettera indirizzata ad un gruppo di membri del Congresso ed in particolare alla deputata Sue Kelly. Nella missiva – fatta filtrare alla stampa da alcuni settori minoritari del Dipartimento di stato contrari ad aprire un altro fronte in Siria mentre ancora si combatte in Iraq – l’ambasciatore sostiene che ormai da un anno Damasco starebbe cercando di collaborare con gli Usa nel campo della «sicurezza» ma senza aver avuto alcuna risposta da Washington. Eppure il governo siriano si sarebbe dato da fare non poco in questo senso. Basti pensare che i cittadini di paesi arabi arrestati o espulsi dalla Siria mentre cercavano di entrare in Iraq illegalmente sarebbero oltre 1500, per non parlare degli arresti dei mujaheddin siriani prima della loro partenza per l’Iraq o al momento del loro ritorno, e persino di quelli dei loro parenti. L’ambasciatore ricorda poi come siano stati gli Usa e non Damasco a rifiutare ogni collaborazione per «chiudere ai terroristi» il confine siro-iracheno. Damasco avrebbe spostato nella zona orientale, verso l’Iraq oltre 10.000 soldati, costruito barriere di sabbia e filo spinato, chiuso i passaggi illegali e messo in funzione 540 postazioni ma la lunghezza – dalla Turchia sino alla Giordania per oltre 376 miglia – e il carattere assai artificiale della linea di separazione tra i due paesi – con le stesse popolazioni e tribù di qua e di là – renderebbero impossibile un controllo del confine senza una collaborazione tra le truppe siriane da una parte e quelle americane e irachene dall’altra. Eppure Washington di collaborare con la Siria non vuole neppure sentir parlare tanto che lo stesso capo del Pentagono, Donald Rumsfeld, avrebbe vietato espressamente la partecipazione di una delegazione siriana al recente incontro ad Amman – dedicato proprio al controllo dei confini – dei paesi confinanti con l’Iraq. La mancanza di comunicazione tra le due parti sarebbe tale che durante una recente offensiva Usa contro il centro iracheno di al Qaim, a pochi chilometri dalla Siria, i marines americani, non sapendo come comunicare la chiusura del confine ai siriani, hanno inventato una specie di catapulta con la quale sono riusciti a far arrivare il messaggio dall’altra parte e a fermare l’afflusso di merci e passeggeri verso l’Iraq. La mancanza di comunicazione, sommatasi alla politica dell’Amministrazione, avrebbero inoltre provocato duri scontri a fuoco a cavallo del confine tra marines e truppe siriane, oltre 100, con una ventina di vittime. L’ambasciatore Imad Mustapha nella sua lettera ricorda poi come gli Usa da una parte accusino il suo paese di chiudere gli occhi sui «finanziamenti» alla resistenza irachena ma dall’altra non intendono fornire alla Siria alcuna informazione in merito né alcun strumento informatico per modernizzare il sistema bancario del paese. Si è creata così una situazione paradossale nella quale Washington vuole introdurre nuove sanzioni contro la Siria mentre Damasco, il mese prossimo, ospiterà un vertice internazionale sulla «Lotta al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo» organizzato in collaborazione con il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale. La lettera ai membri del Congresso si conclude con un appello: «Quando sentite l’Amministrazione sostenere di avere «prove credibili» che la Siria sta facendo questo o quello ricordate che «prove credibili» di quel tipo vennero usate per giustificare un’altra guerra contro un altro paese arabo. Speriamo non commettiate lo stesso errore anche con la Siria».