Usa-Cina, un’alba di guerra fredda

Con il temperamento del pugile che non ha intenzione di finire nell’angolo, George W. Bush rilancia puntando al bersaglio grosso. Le cose in Iraq vanno peggio di quanto la Casa Bianca voglia ammettere e un inizio di disimpegno si annuncia complesso? La popolarità interna del Presidente è ai minimi? L’esportazione della democrazia può vantare qualche progresso ma lo sforzo resta geograficamente circoscritto? Bene, vediamo allora cosa ve ne pare di una bella rampogna sulla libertà in Cina. Bush sbarca oggi a Pechino per la sua terza visita dal 2001. Ma questa è una visita diversa dalle altre due, perché il Presidente Usa si è fatto precedere da un discorso, tenuto mercoledì a Kyoto, che ai dirigenti del Partito comunista cinese deve essere parso ai limiti della provocazione. Quando si apre uno spiraglio nella porta della libertà non si può richiuderla, ha ammonito Bush, e del resto la democratizzazione della società sarebbe nell’interesse anche del potere cinese. Si prenda esempio – e qui viene il boccone più indigesto per Pechino – da Taiwan, che alla liberalizzazione economica ha fatto seguire la democrazia e il pieno rispetto dei diritti umani.
Vedremo se Hu Jintao deciderà di rispondere. Per ora è stato il suo ministro degli esteri, Li Zaoxing, a precisare che dei propositi tenuti da Bush in Giappone (anche questo brucia) la parte cinese «non terrà alcun conto» . Ma in attesa di verificare la forma e la sostanza dei colloqui che attendono il capo della Casa Bianca a Pechino, il guanto di sfida preventivo lanciato da George Bush si presta sin d’ora a due diverse considerazioni.
La prima riguarda il dibattito sempre meno sotterraneo in corso negli Usa sul «che fare con la Cina». L’amministrazione Bush non ha del tutto abbandonato l’approccio clintoniano che vedeva nella Cina un possibile partner strategico, ma la crescita economica apparentemente inarrestabile dell’ex Impero di Mezzo (siamo oltre il 9 per cento su base annua), il suo continuo rafforzamento militare, la sua sempre più decisa politica asiatica e le sue nuove ambizioni «globali» in Africa e in America Latina hanno avuto l’effetto di creare a Washington un sentimento di allarme e anche di urgenza. Le due Cine, quella dell’economia di mercato e quella del potere comunista, potranno convivere ancora a lungo? Se così sarà, l’unipolarismo made in Usa ha gli anni contati? E quale politica conviene seguire nei confronti di Pechino, quella di un containment senza sconti o piuttosto quella della mano t esa e del coinvolgimento (tenendo anche conto del fatto che i cinesi detengono buona parte del debito americano)?
Nella sortita di Bush a Kyoto queste preoccupazioni di fondo hanno di sicuro svolto un ruolo, privilegiando una scelta di fermezza. Ma non è certo meno rilevante la parte avuta dalle difficoltà del Presidente sul fronte interno. Le rivelazioni ormai quasi quotidiane su chi sapeva cosa prima della guerra a Saddam, sui metodi utilizzati a Guantànamo, sui centri di detenzione segreti della Cia, sull’uso del fosforo bianco a Falluja o sul caso dell’agente Valerie Wilson data in pasto ai media contribuiscono non poco ai cattivi risultati di Bush nei sondaggi di popolarità. Rinverdire una dimensione da statista senza peli sulla lingua, allora, può servire a rilegittimare ideali e visione. Tanto più che una sonora strigliata alla Cina non fa un soldo di danno.