Usa all’attacco, Nato in caserma

Più militari, più mezzi, un approccio più ampio e più coordinato tra i paesi impegnati in Afghanistan. Questa è la lista dei desideri che Condoleezza Rice ha presentato ieri ai ministri degli esteri della Nato. Sulla sua linea anche Jaap de Hoop Scheffer, il segretario generale dell’Alleanza. La richiesta di fondo, quella di più forze impegnate sul campo, non ha praticamente raccolto adesioni. Lo stesso scarso successo, almeno a breve-medio termine, che ha ricevuto la proposta italiana di una Conferenza internazionale sull’Afghanistan. «Non c’è stata una reazione negativa» da parte degli Stati uniti, ha affermato Massimo D’Alema dopo il suo incontro con la Rice, ma nemmeno entusiasmo. È chiaro che i tempi non sono maturi per riunire la comunità internazionale intorno ad un tavolo. «La decisione spetta all’Onu e al governo afghano, l’Italia non può convocarla da sola. Alcuni connazionali credono che siamo il centro del mondo, lo siamo stati ma duemila anni fa», se la cava D’Alema.
Il presente è un altro, il centro sono gli Usa e per loro la priorità è quella di rafforzare la presenza militare nel paese anche in vista di un’offensiva talebana prevista per marzo. «Ci aspettiamo una primavera difficile, pericolosa e sanguinosa», ha detto alla catena Abc Richard Boucher, il vice della Rice per il centro Asia. In quest’ottica, il segretario di stato Usa è arrivata al quartier generale della Nato di Bruxelles con la forza di chi da l’esempio: Bush ha chiesto al Congresso lo stanziamento di 10,6 miliardi di dollari, di cui due per la ricostruzione e il resto per il miglioramento della sicurezza, e il Pentagono ha bloccato in Afghanistan la X Mountain Division invece di richiamarla in patria. La Rice non è andata per il sottile con i colleghi: «Abbiamo bisogno di un maggior impegno per la ricostruzione, lo sviluppo del paese e per la lotta all’economia dell’oppio. Abbiamo bisogno di forze addizionali sul terreno: disposte a lottare».
Ma solo la Polonia ha risposto presente, stanziando per i prossimi mesi – e già si sapeva – un migliaio di nuovi effettivi. Per il resto poca cosa, forse qualche mezzo, un po’ di soldi, ma di militari neanche l’ombra. Berlino ha affermato che sta soppesando l’opportunità di inviare dei jet Tornado nel pericoloso sud (ma c’è maretta a Berlino e l’invio non è scontato). Il ministro olandese Ben Bot, che già vede le sue forze impegnate in prima fila contro i Talebani, ha escluso l’invio di nuovi effettivi o di altri mezzi e pure Madrid, che opera ad Herat con gli italiani, ha detto che non intende aumentare gli uomini impegnati (al momento sono 700) e nemmeno spostarli nelle province più conflittuali. «Chi avesse ascoltato la discussione – racconta D’Alema – avrebbe percepito una sensazione di difficoltà generale. Noi siamo tra i paesi che contribuiscono in maggior misura alla missione internazionale, ma vi assicuro che le difficoltà che noi viviamo le vivono un po’ tutti». In pratica non c’è entusiasmo per l’invio di nuove truppe, anzi i governi europei hanno un chiaro problema a trovare una formula buona per rafforzare il loro impegno in Afghanistan, anche se precisa D’Alema: «Nessuno ha mai chiesto il ritiro delle truppe». Non se ne vanno ma non ne arrivano di nuove, mentre il nostro ministro pensa ad un intervento, in qualche maniera (non militare), anche di Cina e Russia. Di fronte a questo stallo il generale britannico David Richards, comandante delle forze Nato nel paese, fa buon viso a cattivo gioco e considera «sufficienti» gli innesti statunitensi e polacchi, anche se spera «di ricevere prossimamente altre buone notizie provenienti da altri paesi».
Visto che sul militare il raccolto è assai magro, i 26 paesi della Nato si concentrano nell’enfatizzare la necessità di «un approccio globale» che calibri la «sicurezza con lo sviluppo». «La frase più ascoltata – ha detto lo spagnolo Moratinos – è che non può esserci sicurezza senza sviluppo e che non può esserci sviluppo senza ricostruzione e senza sicurezza. E l’unica garanzia di sicurezza a lungo termine è la ricostruzione e lo sviluppo». Un mezzo scioglilingua che da l’idea della complessità della situazione, ma soprattutto di come il grosso dell’Alleanza stia virando verso un impegno meno militare e più politico-assistenziale proprio mentre Washington chiede ai soci una maggiore presenza sul campo. Ieri la Commissione europea ha stanziato 600 milioni di euro «per rafforzare la sicurezza e la giustizia nel paese, per lo sviluppo rurale e la sanità», mentre della nuova strategia discuteranno i ministri della difesa della Nato nel vertice di Siviglia del 8-9 febbraio.