Usa al vertice Nato per rilanciare la guerra

Condoleezza Rice plana oggi sul quartier generale della Nato con un chiaro desiderio nel cassetto: trovare le forze per rilanciare la guerra in Afghanistan. I segnali ci sono tutti. Bush, fanno sapere da Washington, chiederà altri 10,6 miliardi di dollari al Congresso (2 miliardi per la ricostruzione del paese e il resto per il sostegno delle truppe, il mantenimento della sicurezza e l’addestramento delle forze locali). Parallelamente il Pentagono ha annunciato ieri che la X Divisione Montana, forte di 3.200 soldati, non se ne tornerà a casa, come previsto dall’usuale rotazione delle truppe, ma rimarrà in Afghanistan per tutta la primavera. Ed è proprio a marzo, emerge da più ambienti, che dovrebbe partire l’offensiva degli Alleati contro le forze talebane ormai padrone del sud del paese.
Intanto la proposta italiana di una Conferenza internazionale di pace rimane quello che è: una proposta sul tavolo. Buona, per carità, ma senza molte chanches di divenire qualcosa di concreto. Francesc Vendrell, alto rappresentante della Ue per l’Afghanistan lo dice chiaramente. «E’ un’ottima idea, ma ora è prematura – dice a Roma alla commissione esteri del senato – penso che la conferenza internazionale debba essere preparata in modo meticoloso, con molta attività diplomatica che la preceda, altrimenti si arriverebbe ad un accordo solo sulla carta». Con questo panorama in vista, il cambio di strategia tanto invocato da D’Alema rischia di risolversi, almeno nell’interpretazione di Bush, in un intervento militare coi fiocchi. D’altronde le scadenze elettorali dei Repubblicani obbligano il presidente a raccogliere un successo internazionale da spendere in patria.
L’incontro di oggi dei ministri degli esteri dei paesi dell’Alleanza atlantica ripresenta così il medesimo copione andato in scena negli ultimi mesi: il segretario generale Jaap de Hoop Scheffer a chiedere agli stati membri più uomini e più mezzi. Per ora tutti hanno risposto più o meno picche, questa volta a perorare la causa ci sarà anche la Rice. «Il segretario di stato chiederà agli alleati l’invio di truppe e nuovi sforzi per la ricostruzione», anticipa Richard Boucher, vice segretario di stato aggiunto. Al momento i soldati dell’Alleanza arrivano a 38.000 unità, una metà statunitense e l’altra metà composta da canadesi ed europei. Per provare a convincere i soci a inviare più truppe, la Rice metterà sul tavolo il rinnovato impegno lanciato ieri da Bush. Vedremo se basterà, anche perché tutti sono ben consci della gravità della situazione, ma al tempo stesso piuttosto restii a inviare nuovi uomini in uno scenario destinato a divenire sempre più incandescente nelle prossime settimane.
Non è un caso, in questa ottica di impegno «limitato», che ieri Vendrell abbia apertamente criticato la «passività» dei contingenti militari che stanno al nord del paese, una zona «dove non ci sono talebani». Vendrell ha sottolineato che per giungere ad una pacificazione del paese bisogna spingersi a sud: «E’ importante che le forze che stanno a nord partecipino a questo sforzo perché la semplice minaccia dell’uso della forza sarebbe molto utile a smantellare questi gruppi armati». Il contingente italiano in Afghanistan è impegnato soprattutto nelle zone di Kabul, al centro, e di Herat, nell’est del paese, mentre a sud ci sono le forze degli Stati uniti, del Regno Unito, dei Paesi Bassi, del Canada ed alcuni uomini di Romania ed Estonia. In questa logica di riposizionamento e rilancio della strategia militare, Vendrell parla solo di Nato, lasciando chiaramente cadere qualsiasi invito a far partecipare alle operazioni anche la giovane forza di difesa europea, una mossa militarmente poco interessante (i paesi sono gli stessi) ma politicamente significativa (cambierebbe il vessillo delle forze sul terreno).
L’altro grande problema del paese è quello della produzione di oppio, che ha toccato nel 2006 livelli mai raggiunti prima, nemmeno quando l’Afghanistan era interamente nelle mani dei Talebani. Vendrell riprende così l’allarme già lanciato da Antonio Maria Costa, direttore dell’Ufficio antidroga dell’Onu. «Un terzo del prodotto interno lordo afgano si deve alla coltivazione e produzione dei narcotici, ed il 90 per cento dell’eroina consumata in Europa proviene dall’Afghanistan». Anche su questo tema è evidente che ci sarebbe bisogno di un’altra strategia. Che non verrà certo fuori oggi dalla Nato.