Uranio impoverito, una nuova inchiesta

Aniello D’Alessandro, paracadutista di 27 anni di Casalvelino, è l’ultima vittima accertata dall’Osservatorio militare. Con il giovane napoletano salgono a 49 le morti di reduci dalle missioni all’estero, che hanno subito una probabile contaminazione con polveri prodotte dalle esplosioni di materiale bellico, che vede tra i principali imputati l’uranio killer.
La possibilità di far emergere la verità su una vicenda che ha visto omertà istituzionali bipartisan e boicottaggi sistematici e persino ricatti sugli ammalati e i loro familiari da parte delle gerarchie militari è in gran parte legata oggi all’iniziativa parlamentare.
Con un voto all’unanimità in sede deliberante, la Commissione difesa del Senato ha nuovamente istituito una Commissione d’inchiesta sull’uranio impoverito, consentendo così di portare a compimento il lavoro iniziato nel corso dell’ultimo anno della precedente legislatura. La principale novità risiede nella possibilità di indagare non solo sui militari colpiti ma anche «sulle popolazioni civili nei teatri di conflitto e nelle zone adiacenti le basi militari sul territorio nazionale».
Si tratta di un potenziale salto di qualità nel monitoraggio degli effetti delle azioni belliche, che potrebbe avere conseguenze dirompenti sull’uso disinvolto di armamenti micidiali nei conflitti, come dimostrato dal massiccio impiego di armi di sterminio in Iraq e in Afghanistan, ma anche – recentemente – nei bombardamenti israeliani in Libano.
La tutela della salute dei militari italiani, infatti, è stato ed è il motore dell’iniziativa parlamentare che, in qualità di segretario della precedente Commissine, mi ha trovato particolarmente favorevole: nei Balcani migliaia di giovani sono stati mandati letteralmente allo sbaraglio, ossia senza protezioni, in un teatro di guerra in cui sono stati sparati dalla Nato numerosi proiettili all’uranio impoverito: sono centinaia gli ammalati con patologie tumorali. Da anni erano noti i rischi sull’impiego di tali armamenti, ma forse si è voluto tenere irresponsabilmente all’oscuro i militari per non riconoscerne gli effetti devastanti sulle popolazioni civili, che la cosiddetta guerra umanitaria contro la Jugoslavia avrebbe dovuto aiutare.
La Commissione d’inchiesta non è stata in condizione di definire un preciso nesso di causalità tra uranio impoverito e insorgenza di patologie sia per lo scarso tempo a disposizione sia per il continuo depistaggio dei vertici militari e del Ministero della difesa, che ha impedito la raccolta di dati statistici per una corretta analisi epidemiologica.
Quel che appare certo è che «la dispersione nell’ambiente di nanoparticelle di minerali pesanti prodotte dall’esplosione di materiale bellico» queste malattie e questi decessi li provoca.
La nuova iniziativa parlamentare può favorire la nascita di un centro di eccellenza tra l’Università di Modena e l’Ospedale militare di Padova, da cui passano gran parte dei militari in missione, per sviluppare un lavoro serio: i militari colpiti e i loro familiari, le popolazioni civili che vivono attorno ai poligoni di tiro, in particolare in Sardegna, e tante vittime nei teatri di guerra aspettano con ansia che la politica cominci a porre rimedio a questo dramma.
Lo stanziamento da parte del governo dell’Unione di 300 mila euro a sostegno del fallito progetto Signum, istituito dal Ministro della difesa Antonio Martino proprio per gettare fumo negli occhi ed evitare indagini più serie (e per favorire il giro di amici), speriamo sia solo l’ultima pagina di un libro della vergogna che vorremmo fosse definitivamente chiuso.

* già segretario della Commissione d’inchiesta del Senato