Uranio impoverito, nasce la banca dati delle vittime

Un centro d’eccellenza per gli ammalati da uranio impoverito. O meglio: da «Inquinamento bellico», come spiega la scienziata Antonietta Gatti, dell’università di Modena, esperta in nano-patologie e consulente della vecchia commissione d’inchiesta parlamentare.
Dottoressa, lei è tra le principali promotrici di questo centro d’eccellenza: perché?
La vecchia commissione d’inchiesta parlamentare, per la quale ero consulente, aveva bisogno di dati per realizzare un censimento reale degli ammalati e dei decessi. Li abbiamo chiesti ai vari stati maggiori: non abbiamo avuto risposta. Mi auguro che questo centro, condiviso con le forze armate, possa raccogliere tutti i dati e darci il polso della situazione. Non solo in senso storico, ma anche in prospettiva, per almeno tre o cinque anni.
A chi tocca decidere? Avete già interessato qualcuno?
Sì, il sottosegretario alla Difesa, Giovanni Forcieri, al quale abbiamo spedito un promemoria. La decisione finale dovrebbe spettare al ministro della Difesa: sarebbe il primo atto della nuova commissione.
Nel centro chi lavorerebbe?
All’interno della vecchia commissione, oltre me, c’era anche il dottor Ezio Chinelli, dell’ospedale militare di Padova, che ha visitato molti soldati prima che partissero e anche dopo. Possiede un data base enorme. Poi collaboreremmo con Armando Benedetti, del Cisam – ministero della difesa – al quale sono affidate le competenze in materia di radioattività. Questa triangolazione – la parte militare, con la conoscenza tecnica sulle bombe, unita alla parte medica – formerebbe lo zoccolo duro di questo centro. Poi si potranno aggregare altre unità. Mi auguro che possa servirà anche a fare prevenzione.
Un centro italiano per un problema mondiale, che riguarda anche migliaia di civili.
Un centro italiano – all’inizio – per mettere a fuoco, in maniera netta, la situazione italiana. Per il resto deve relazionarsi con l’Europa, e non solo, perché anche gli altri paesi hanno avuto le loro vittime. E tutto ciò non deve ripetersi. I militari sanno che in missione può arrivare una pallottola. Ma che sia almeno visibile: nelle guerre moderne si muore per nano-particelle inferiori al micron, dovute alle esplosioni, che è sufficiente respirare per ammalarsi gravemente.
E per quanto riguarda i civili?
Purtroppo non interessano quasi a nessuno. È una tragedia immane: chi eliminerà mai l’inquinamento che abbiamo creato? Come faremo a monitorarlo? Quanto resterà? E dove lo spingerà il vento? Non esistono risposte ma qualcuno dovrà darle. Una nazione inquina un popolo: ne sarà responsabile, sì o no? Anche in questi giorni, come sempre, mi giungono richieste e cartelle mediche, da Sarajevo come dall’Iraq. Gente che ha sviluppato patologie apparentemente inspiegabili. Leucemie, cancri doppi o tripli, bimbi malformati. Le testimonianze dei medici iracheni sono indicibili. E non hanno le medicine adeguate. In certe zone non arriva neanche l’ambulanza: figurarsi se è possibile realizzare una chemioterapia. Spero soltanto che, dalla conoscenza delle patologie dei soldati, si possa raggiungere una conoscenza medica utile nel campo civile. Mi auguro che da questa disfatta possa nascere un aiuto per i civili. E poi, mi lasci dire una cosa: tutto ciò che conosciamo, lo dobbiamo alle vittime.
In che senso?
Soltanto loro ci hanno messo in condizione di saperne di più. Pensi che una volta mi ha chiamato la madre di un soldato ormai morto. Il figlio, prima della chemioterapia, aveva donato lo sperma. E la signora mi disse: «Ho pensato che a lei potesse essere utile, posso portarglielo, lo studierebbe?». L’ho studiato: c’erano delle nano-particelle. Ma lei immagina cosa può succedere se il seme contiene cobalto? Se non avessi visto le foto non l’avrei mai supposto.
Ma come può succedere?
Le bombe, esplodendo, producono temperature elevatissime, sublimano qualsiasi cosa incontrino. Creano polveri sottili, anche inferiori al micron, che si nebulizzano in una sorta di aerosol. Poi basta respirarle. Per questo in commissione abbiamo introdotto un elemento nuovo: l’«inquinamento bellico». E infatti la nuova commissione, accanto all’uranio impoverito, ora cita anche le nano-particelle.