Uranio impoverito, i militari protestano a palazzo Chigi

«Aveva le gengive ingrossate, si era riempito di linfonodi sotto le ascelle, sulla pancia, su tutto il collo. Aveva continue emorragie. Per otto mesi siamo andati avanti così, negando la realtà, poi finalmente si è deciso a farsi ricoverare all’ospedale militare per scoprire che aveva la leucemia».
A parlare è la madre di Giovanni Stagni, uno dei militari tornati dal Kosovo portandosi dietro gli effetti della cosiddetta “sindrome dei Balcani”. Faceva l’alpino e con il grado di caporal maggiore ha passato cinque mesi in terra bosniaca.

«I primi sintomi della malattia li ha avvertiti quando ancora era lì, ma l’esercito non aveva i medicinali per curarlo. Non so cosa gli hanno fatto. Devono dirmi la verità». Giovanni sta male e quindi non ha potuto accompagnare la madre all’appuntamento sotto palazzo Chigi con le associazioni vittime dell’uranio impoverito, un sit-in in concomitanza con la chiusura dei lavori della commissione d’inchiesta parlamentare rimandata a questa mattina. L’inchiesta «non convince» i militari colpiti così come le associazioni che da anni si mobilitano per chiedere chiarezza, come l’associazione sarda “Gettiamo le basi”.

«Qualcuno sapeva» ci dice Antonio Romanucci, 27 anni ex caporal maggiore della Folgore di Pisa. «E quando chiedevamo spiegazioni sull’equipaggiamento dei nostri colleghi stranieri, ci rispondevano che erano i soliti fanatici». Antonio si occupava della manutenzione della caserma Tito Badac, a Sarajevo, con il 186° reggimento è rimasto in Bosnia per cinque mesi. Due anni dopo il congedo dall’esercito, nel febbraio del 2001 scoprì di avere due linfomi e da lì iniziò il calvario di dieci sedute di chemioterapia e 22 di radioterapia: «Un anno di sofferenze senza fine» ha detto Antonio, pieno di rabbia per essere stato lasciato solo nella sofferenza. «La relazione della commissione non ha approfondito i legami tra le nostre malattie e l’uranio. E’ chiaro che vogliono insabbiare tutto».

Stefania Divertito, giornalista e studiosa del fenomeno, autrice di un libro dal titolo Uranio, il nemico invisibile è dello stesso avviso: «La commissione è composta da 20 senatori. Hanno lavorato per sei mesi, le riunioni erano deserte. Soltanto due di loro si sono interessati al caso: Gigi Malabarba e Tana de Zulueta». Antonio adesso è impiegato di banca a Firenze. E’ sposato e ha due figlie di sei anni e nove mesi; fa parte dell’Osservatorio militare, un’associazione di ex militari fondata dal presidente Cosimo Tagliaferro: «Vogliamo solo avere giustizia – ha spiegato- voglio che alle mie figlie venga detta la verità su suo padre e su quello che ha passato». «Il problema maggiore per noi soldati – ha spiegato Carlo Calcagni, elicotterista in Bosnia nel 1995 – è che siamo soli. Nessuno parla della nostra situazione. Al mio paese credono che mi abbiano cacciato dall’esercito perché sono un drogato. Mia moglie si vergogna, non vuole che io racconti le mie malattie. Invece di essere considerato una vittima, sono un colpevole di cui vergognarsi».

Carlo aveva 26 anni quando un ospedale gli diagnosticò nel febbraio del ’96 un linfoma di Hodgkin e varie sintomatologie epatiche legate ad un’infezione del fegato. Dopo nove anni di battaglie la commissione gli riconobbe la causa di servizio, ma ancora non ha visto un soldo: «Sostengono che la mia malattia sia legata a stress e ad altre baggianate. Io voglio che venga detta la verità. Voglio che venga ammesso che ci hanno fatti ammalare per l’uranio».

Le armi con uranio impoverito sono state usate per la prima volta dalle Forze Alleate nel 1991, durante la Guerra del Golfo: in quell’occasione ne furono utilizzate, secondo i calcoli, 340 tonnellate, a cui si sarebbero aggiunte le 11 tonnellate utilizzate più tardi in Bosnia e in Kosovo alla fine degli anni Novanta. Nel dicembre del 2000 scoppiò il caso Balcani, si cominciò a parlare di pallottole “chimiche” e tumori. Ma senza troppa enfasi. Si tornò sul caso nel 2004. Pochi studi scientifici su umani avevano finora calcolato gli effetti tossici a lungo termine dell’uranio impoverito, ma l’istituto di ricerca americano di Los Alamos, già nel ’70, aveva messo in guardia sui pericoli legati all’esposizione in aree fortemente interessate da bombardamenti e da armi con uranio impoverito. Andrea Antonacci, si trovava proprio in una di queste zone. Aveva anche lui 26 anni e si trovava a Sarajevo, dopo i bombardamenti, per la ricostruzione della facoltà di Architettura. E’ morto il 12 dicembre del 2000.

Vicende diverse e strazianti legate con un unico filo rosso: quello di aver partecipato a missioni in zone bombardate all’uranio. E di queste il maresciallo elicotterista Pasquale di Benedetti, oggi in pensione, ne ha vissute tante: dalla missione Pellicano in Albania, a quelle in Libano fino all’ex- Jugoslavia.

«Avevo dei pass speciali per superare anche le zone interdette – racconta – in Bosnia ero affiancato al comando Nato». Nel 2003 ho scoperto di avere un linfoma sotto il setto nasale. L’esercito mi ha scaricato sostenendo che ero in pensione e che nulla mi era dovuto. Rifarei quello che ho fatto, credevo nelle missioni, ora non credo nelle istituzioni».