“Uno sciopero importante anche per la Basilicata”, intervista a Giuseppe Cillis (FIOM)

Uno sciopero importante anche per la Basilicata quello nazionale dei metalmeccanici proclamato oggi dai sindacati: 75% di adesioni alla Fiat Sata di Melfi (dove una linea è ferma ed un’altra lavora Stop and Go, come si usa dire nel gergo sindacale); 95% nell’indotto e ben il 100% nella Città di Potenza, dove è collocata la storica FIREMA, l’azienda in cui negli anni ’70 si registrarono grandi mobilitazioni e in cui si può dire nacque la Fiom lucana.
Uno sciopero importante per le alte adesioni, ma anche perché cade a ridosso di una vertenza difficile come quella legata al lancio della nuova Fiat Punto, prodotta proprio nello stabilimento lucano dell’azienda torinese. Abbiamo così l’occasione di incontrare – prima del comizio conclusivo che si svolgerà davanti alla sede regionale della Confindustria – Giuseppe Cillis, operaio della Fiat e segretario regionale della Fiom.

Quali sono i punti che caratterizzano questo sciopero nazionale dei metalmeccanici?

Il punto centrale della mobilitazione, che poi è il fulcro del tavolo nazionale, è rappresentato dalla richiesta – unitaria – del rinnovo del contratto nazionale a partire dall’aumento di 130 euro del salario. Una richiesta a cui la Federmeccanica risponde con sole misere 60 euro, a fronte di un costo della vita oramai insopportabile. Eppure la nostra richiesta si muove sulla base degli accordi del 23 luglio, che riconoscevano un adeguamento. Oggi la proposta di Federmeccanica è irricevibile per due motivi: da un lato perché oramai le famiglie dei metalmeccanici non ce la fanno più ad andare avanti; secondo perché accettare la miseria offertaci significa programmare e sancire l’accettazione di una riduzione del potere d’acquisto dei salari.

Lo sciopero nazionale si colloca a cavallo di una importante vertenza alla Sata di Melfi: quella legata alla produzione del nuovo modello – la nuova Punto – che è stato presentato come un momento di rilancio dell’azienda.

Si, è vero, questo sciopero si colloca nel mezzo di una vertenza lunga e difficile, che proprio ieri sera abbiamo chiuso, nella sua parte cosiddetta tecnica, attraverso la sottoscrizione di un accordo che cancella il 18° turno (quello notturno della domenica) e prevede la sua sostituzione con uno dei quattro riposi mensili. Una vertenza difficile anche perché alla nostra richiesta di eliminazione del 18° turno l’azienda aveva risposto attraverso un trucco che fortunatamente non ha trovato applicazione: essa proponeva l’eliminazione del turno attraverso la sua considerazione come PAR (Permesso Annuale Retribuito n.d.a.) e quindi con la conseguenza, per i lavoratori, di consumare 13 dei loro 15 permessi. Da ricordare che la vertenza – durata ben 9 giorni – era cominciata con una interruzione del tavolo a causa proprio dell’introduzione del 18° turno a cui i lavoratori avevano risposto con scioperi spontanei e con adesioni totali. Di fronte alla mobilitazione, ma anche a fronte della determinazione e alla responsabilità delle richieste – che pure non hanno voluto eludere il problema della produttività, al contrario di quanto affermato in questi giorni da qualcuno – è stato sottoscritto l’accordo che prevede settimane lavorative da sei, da cinque e da quattro giornate con la domenica a riposo (riposi a due giorni di scorrimento).

Un accordo importante, ma ancora non una vittoria definitiva: manca la ratifica dei lavoratori, a cui dovrà seguire il tavolo cosiddetto politico.

Certo, ancora è presto per cantare vittoria definitiva. Ma rappresenta una prima importante tappa per due motivi: da un lato per l’unità raggiunta tra le diverse sigle. Successivamente perché riconoscendo la validità del nostro impianto si è levato terreno a quanti in questi giorni ci hanno accusato di irresponsabilità e di mancanza di strategia per la conservazione dello stabilimento della piana di San Nicola e dei livelli occupazionali.
Ovviamente bisogna ora aprire il tavolo politico, all’interno del quale va innanzitutto affermata l’immediata applicazione dell’accordo. Chiediamo che sin da lunedì esso si traduca in fatti. Poi rimangono in piedi le questioni legate all’aumento del salario sulla base della produttività dello stabilimento di Melfi, e quelle sulle condizioni.
Oggi è arrivato il momento di porre la questione del futuro produttivo della Fiat. E qui si inserisce anche una continuità sul tavolo nazionale per il rinnovo del contratto e quello locale legato al lancio del nuovo modello. Si tratta di discutere di un nuovo modello di società a partire dalla centralità che oggi continua a rivestire la questione del lavoro, del suo valore sociale, della sua difesa e del suo rilancio. Come vedi, sono tutti punti non slegati tra loro.

Questa vertenza territoriale ha riportato le lavoratrici e i lavoratori di Melfi al centro delle cronache nazionali. Si è parlato di quanto i 21 giorni abbiano influito sullo spirito e sulla mobilitazione…

Se mi chiedi cosa rappresentano, oggi, i 21 giorni, io ti rispondo che rappresentano un punto di riferimento. Non solo per quello che essi hanno sancito nel merito di quella vertenza, ma perché con essi i lavoratori hanno maturato nuova consapevolezza. Attraverso i 21 giorni le lavoratrici e i lavoratori lucani hanno capito che non si poteva continuare a essere figli di un dio minore. Con i 21 giorni i lavoratori di questa parte del paese, di questa parte del Mezzogiorno, hanno svelato all’intera classe lavoratrice nazionale che il movimento operaio non era morto e che poteva continuare a conquistare spazi di democrazia, di diritti, di civiltà. Hanno dimostrato che lottare per diritti fondamentali è giusto e sacrosanto, e che quando si è uniti si può ancora essere vincenti.

Hai fatto cenno al Mezzogiorno. Non è strano che proprio nel Mezzogiorno e in Basilicata, dove la Fiat – e con essa altre aziende – era arrivata negli anni ’90 in cerca di mano d’opera a basso costo e, soprattutto, a bassa sindacalizzazione, si siano registrate le più importanti mobilitazioni operaie degli ultimi anni?

Il Mezzogiorno ha rappresentato in Italia forse il paradigma della globalizzazione e del neoliberismo. Qui, infatti, all’atavico ritardo che lo ha contraddistinto nei confronti del resto del paese, si è aggiunto una sorta di laboratorio di sperimentazione. È qui che la nuova organizzazione del lavoro, fatta di ipersfruttamento e di salari bassissimi, ha avuto il suo incipit, proprio contando sulla mancanza di una tradizione operaia e sindacale. In realtà questo attegiamento ha finito per creare un procedimento di controtendenza. Infatti la Questione Meridionale, che a mio modo di vedere non è affatto archiviata, si è arricchita di nuovi elementi facendo esplodere la pentola. I ritmi della fabbrica, le violazioni continue di diritti fondamentali, i ricatti hanno messo in moto nuovi processi di sindacalizzazione che all’inizio sembravano scollegati dalla storia sindacale del paese, ma che alla lunga hanno prodotto quello che sta sotto i nostri occhi.
Qui è nata una nuova classe operaia, solidale ed unita, che ha rivendicato la sua alterità non più in termini negativi – che permettevano le sperimentazioni al ribasso – bensì in termini positivi. Il metalbracciante ha acquisito la consapevolezza della importanza del suo ruolo all’interno del sistema produttivo e della nuova organizzazione del lavoro. Ha capito fino a che punto la contraddizione Capitale/Lavoro continuasse ad essere centrale e soprattutto ha capito quanto fosse importante il conflitto per l’affermazione dei propri diritti e delle proprie tutele. Con questa premessa ha posto un freno all’ultradecennale offensiva lanciata dal padronato a scapito dei lavoratori.

* Federazione PRC di Potenza