Università e ricerca, primo sciopero «politico»

Nel suo piccolo è una data storica: ieri i tre sindacati confederali hanno dichiarato il primo sciopero contro la finanziaria. Nei fatti, la critica politica più pesante che potessero esercitare. Protagoniste della svolta le categorie dell’università e della ricerca, che più di altre avevano puntato – anche elettoralmente – sul governo di centrosinistra. Prodi, Nicolai, Mussi sembravano i garanti di un programma incentrato sul «conoscere per crescere». Il 17 novembre si fermeranno per l’intera giornata le università, il 20 gli istituti di ricerca. Si prevedono manifestazioni a Roma, con terminale a palazzo Chigi.
La delusione e la frustrazione sono palpabili anche nelle parole usate dai segretari nazionali di categoria di Cgil, Cisl e Uil, ne corso della conferenza stampa di presentazione. Al centro della protesta, nelle parole di Alberto Civica, segretario nazionale Uilpa, la «politica di tagli» che «prosegue l’opera di killeraggio degli enti e istituti pubblici di ricerca». Il quadro è impietoso. Nessun aumento della dotazione per la ricerca (di fatto una diminuzione, tenendo conto dell’inflazione); 94 milioni di euro in più per l’università, ma il «decreto Bersani» di luglio gliene aveva tolti 200 e quindi si va sotto i livelli del 2006. In pratica: non si potranno fare accordi sui contratti di lavoro (clamoroso il caso dell’Ente spaziale, scaduto da 5 anni), tantomeno si potranno regolarizzare i precari (15.000 solo nella ricerca, nelle università non si riesce neppure a fare un censimento attendibile). E dire che la ricerca, per sua natura, dovrebbe essere il luogo meno esposto alle politiche «precarizzatrici». Formare un ricercatore, infatti, prevede almeno tre o quattro anni di lavoro (post-laurea); ma soprattutto una platea di ricercatori instabili destabilizza la stessa possibilità di programmare l’attività degli istituti (chi trova di meglio, infatti, se ne va). Fino al paradosso per cui l’Italia, di fatto, sta finanziando una buona fetta della ricerca statunitense. I 10.000 ricercatori trasferitisi negli Usa, infatti, sono costati allo stato italiano – per la formazione – almeno 250.000 euro a testa. Fatevi due conti…
Sotto accusa è tutta la politica in atto dal 1993 (dagli «accordi di luglio»), che privilegia i trasferimenti alle imprese. Una strategia che non ha pagato affatto, visto l’arretramento dell’Italia in tutte le classifiche dell’«innovazione». Si cita un calcolo di Giavazzi, sul Corsera di alcuni giorni fa, che stimava in quasi 25 miliardi di euro – il 2% del Pil – i trasferimenti alle imprese previsti anche da questa finanziaria. Magari sparsi nei vari capitoli meno conosciuti (alle voci ministero della difesa, alle infrastrutture, ma anche da industria e ricerca). Il fatto è che l’impresa italiana – quasi sempre «nana» – non solo non fa ricerca in proprio, ma neppure assorbe le risorse umane formate dagli enti pubblici. Di fatto, da quando lo «stato imprenditore» ha cominciato a ritirarsi dalla scena, per la ricerca italiana è cominciata la frana. Ma ormai, spiegano i sindacalisti, è che «la casa brucia». Non c’è più spazio per aspettare «tempi migliori»: o si interviene ora per invertire la tendenza, oppure la ricerca italiana – anche universitaria – rischia di perdere una o due generazioni. Su un terreno in cui, se ci si ferma, non si può ripartire «a comando». Non mancano le «chicche». Come la trasformazione di alcuni enti (con relativo cda) in istituti con il solo direttore (per risparmiare); o come il taglio del 50% degli adeguamenti automatici per il personale docente, precari compresi. Alcuni enti dovranno chiudere i battenti per crisi finanziaria (tra questi la «vasca navale», dove è stata progettata «Luna rossa»).
Ma, soprattutto, «a questa finanziaria manca una mission chiara». Secondo Enrico Panini, segretario generale della Flc-Cgil, infatti, «il cuore della finanziaria dovrebbe essere l’investire in ricerca e università per recuperare il terreno drammaticamente perso rispetto agli altri paesi». E’ un segnale che dovrebbe far riflettere. La Cgil si dichiara a questo punto «molto, molto inquieta». Era stata fin qui individuata come l’unica parte sociale dispposta a difendere l’impianto attuale della legge finanziaria. Ora promette che, se all’incontro «tecnico» di giovedì non ci saranno risposte soddisfacenti, anche il comparto scuola comincerà a mobilitarsi.