“Un’Italia con la mente a sinistra e con la pancia a destra”

L’esito di queste elezioni ci consegna una vittoria risicatissima per il centro-sinistra, che addirittura soccombe, in termini di voti assoluti, al Senato. Quali sono a tuo avviso le cause di un risultato così deludente per l’Unione?

La risposta credo sia abbastanza semplice: fino a quattro-cinque mesi fa l’Unione aveva dai tre ai quattro punti di vantaggio sul centro-destra. Non credo sbagliassero i sondaggi; sono convinto che il centro-sinistra avesse realmente quel vantaggio, di pochi punti percentuali ma decisivo per la vittoria. L’esito delle elezioni è invece il prodotto di – uso una formula brutta e che forse può sembrare presuntuosa – un pessimo atteggiamento nella comunicazione e nella propaganda da parte dell’Unione, che è rimasta per mesi inchiodata alle scelte e alle priorità stabilite da Berlusconi. Il centro-sinistra ha letteralmente balbettato, dando risposte confuse all’offensiva spregiudicata, all’“americana”, di Berlusconi. Non è riuscito, in fondo, a parlare realmente con i milioni di persone che non frequentano il nostro giro, quelli che stanno nella provincia più nascosta e seguono la politica attraverso la televisione. Una grossa fetta di queste persone si è convinta e nelle ultime settimane ha votato per il centro-destra.

Mi pare che dall’esito del voto emerge un tema: il problema di un berlusconismo profondo e tenace, fortemente radicato nelle viscere del paese. Riemerge tutt’altro che sconfitta, come ha scritto Chiarante, una “vecchia Italia retriva e profondamente asociale”. Sei d’accordo con questa impostazione?

Nella sostanza sì, anche se non penso che “retriva e asociale” siano gli aggettivi più adeguati per descrivere quell’Italia. Certo è che, almeno da quando ho cominciato a fare politica io, nel 1943, l’Italia è sempre stata spaccata in due, anzi in tre parti.
Da un lato l’Italia avanzata, progressista, che ha dato forza al movimento partigiano e ha sostenuto le battaglie più importanti della storia repubblicana, le lotte dei lavoratori e del movimento operaio in primo luogo. Dall’altro lato c’è un’Italia decisamente con la pancia di destra, che per tanti anni ha assicurato un consenso di massa al fascismo ed è rimasta presente, in tutti questi anni, nel modo di pensare gretto, piccolo, meschino.

Mi permetto di interromperti. Questa è una destra diffusa e trasversale oppure mantiene un ancoraggio sociale ben preciso?

Certamente mantiene una connotazione sociale ben determinata. Rimango un marxista che pensa che alla base di tutto siano le grandi spinte sociali, di classe. Perché le classi ci sono ancora, eccome se ci sono, anche se sono cambiate e noi dovremmo cominciare ad analizzarne i cambiamenti. Ci sono interi settori di società che noi non consociamo. Non riusciamo a capire, per esempio, la reale composizione di classe di alcuni ceti intermedi del nord Italia. Dobbiamo indagare a fondo e capire i cambiamenti profondi nella classe operaia italiana…

Sono d’accordo. Eravamo arrivati alla terza Italia…

Sì, esiste poi una terza Italia che fa pendere la bilancia da una parte o dall’altra. È quella che negli anni ’60 e ’70 veniva chiamata la “maggioranza silenziosa”; è l’Italia badogliana, quella che dal 1943 al 1945 si limitava a raccontare a mezza voce qualche barzelletta contro Mussolini ma nella sostanza lo appoggiava, un’Italia che in quei due anni è stata alla finestra, né con gli estremisti fascisti della Repubblica sociale né con il movimento partigiano. Era un’Italia che, anzi, non sapendo da che parte stare, finanziava entrambi gli schieramenti: il caso della Fiat è, in questo senso, davvero clamoroso.
Devo dire che dagli anni Cinquanta l’anima di sinistra si era addirittura allargata, grazie alla storia straordinaria del PCI: l’idea di una sezione ogni campanile, il progetto di radicarsi nel Paese e conquistare via via settori sempre più profondi della società italiana, avere rapporti strettissimi con le masse operaie e contadine, come nella migliore tradizione dei partiti della sinistra, e ancorarsi alla migliore intellettualità attraverso quella egemonia gramsciana che passa tra gli intellettuali, li conquista e li galvanizza. E poi il rapporto con il famoso ceto medio, allora meno esteso di oggi e tuttavia già importante: queste cose le abbiamo un po’ perdute; mi pare che la sinistra non si riconosca più in queste radici straordinarie.
Tornando all’oggi e a queste elezioni: a me pare che manchi in Italia una sinistra forte, a sinistra dell’ala riformista, di quello che sarà il partito democratico. La sinistra radicale, d’alternativa, che io preferisco sempre chiamare, con più semplicità, “sinistra sinistra”, è rimasta spezzettata. Abbiamo parlato molto di movimenti ma in realtà non ne abbiamo recepito appieno le istanze. È mancata poi l’unità: non mi riferisco a liste uniche ma alla sensazione che avremmo dovuto dare al Paese di un coagulo di forze politiche e sociali che insieme costruiscono un’unità di azione, di intenti, di proposta politica.

Quale è, quindi, il lavoro politico che dobbiamo mettere in campo per ricostruire un’Italia diversa?

Mi auguro che lo schieramento del centro-sinistra che, nonostante tutto, è riuscito a sconfiggere Berlusconi, veda crescere ed organizzarsi al suo interno compiutamente due anime. A noi, come dicevo, sta il compito di dare forza ad un processo di collaborazione sempre più stretta tra le forze della sinistra alternativa. Senza esclusioni incrociate e non come semplice sommatoria dei diversi partiti. Un’Italia diversa può nascere, mi auguro che nasca, dall’alleanza dell’area riformista con la nostra: è la storia della parte migliore della Repubblica, l’unità d’azione tra socialisti e comunisti.