«Unità nazionale per vincere l’isolamento»

Dopo essersi consultato con Re Abdallah di Giordania e il presidente egiziano Hosni Mubarak, il presidente palestinese Abu Mazen ha avviato ieri sera a Gaza city i colloqui con la delegazione del movimento islamico per la formazione del nuovo governo palestinese. Sul futuro esecutivo abbiamo intervistato l’accademico Ziad Abu Amr, indipendente laico eletto nella lista di Hamas, indicato da più parti come il futuro ministro degli esteri palestinese. Docente di relazioni internazionali all’università di Bir Zeit (Cisgiordania), Abu Amr è stato ministro della cultura nel governo guidato da Abu Mazen nel 2003.

Professor Abu Amr, la sua candidatura nella lista di Hamas ha sorpreso molti. Lei è un laico e in passato non ha nascosto le sue simpatie per Al Fatah. Che cosa ha determinato questo suo spostamento verso il movimento islamico?

Motivazioni non ideologiche ma politiche. Da tempo avvertivo la necessità di un profondo mutamento nell’indirizzo di governo e, più in generale, di rinnovamento della politica palestinese e quando i dirigenti di Hamas mi hanno proposto la candidatura ho accettato subito. L’ho fatto perché mi hanno parlato di cose concrete, di buon governo, di fine della corruzione, di utilizzo razionale delle risorse, ovvero di ciò di cui oggi i palestinesi hanno bisogno. Tra Hamas e me esistono differenze su varie questioni, come i negoziati e la soluzione al conflitto con Israele. I dirigenti islamici non mi hanno chiesto di cambiare le mie idee ma solo di partecipare al rinnovamento della politica palestinese.

Lei è stato promotore in questi ultimi giorni di colloqui tra Al Fatah e Hamas, in vista delle consultazioni avviate dal presidente Abu Mazen per la formazione del nuovo governo. A quale obiettivo punteranno le due parti?

La delegazione di Hamas affermerà la sua disponibilità a formare un governo con Al Fatah e se necessario a rinunciare a ministeri importanti, ad esempio quelli degli esteri e dell’interno, pur di arrivare ad un compromesso. Dopo tante lacerazioni c’è bisogno di un governo di unità nazionale che avrebbe l’effetto di placare le tensioni interne e permetterebbe di lavorare di comune accordo. Allo stesso tempo un governo di coalizione invierebbe un segnale rassicurante all’opinione pubblica internazionale preoccupata, sebbene senza motivo, dalla vittoria elettorale di Hamas. Spero che Al Fatah metta fine ai suoi conflitti interni e aderisca al nuovo esecutivo. Su un punto comunque non ci sono incertezze: il primo ministro sarà di Hamas, il partito che ha vinto le elezioni.

Lei sarà il ministro degli esteri del nuovo governo?

È prematuro parlare di cariche ministeriali. Certo la possibilità di una mia nomina esiste, ma le consultazioni sono appena cominciate ed inoltre altri esponenti palestinesi possono svolgere bene quell’incarico (si parla anche dell’attuale ministro degli esteri, Nasser Qidwa, ndr).

Da più parti si parla di conflitto di poteri tra un presidente di Al Fatah con un visione moderata e un primo ministro di Hamas con posizioni più intransigenti, specie nei riguardi di Israele. Questo conflitto è reale?

Direi piuttosto che è improbabile. Lo Statuto definisce ruoli e prerogative degli organi istituzionali e poi le due parti, prima di arrivare alla formazione del governo, saranno impegnate in colloqui che sono volti anche ad evitare il conflitto di poteri. Alcuni servizi di sicurezza, ad esempio, risponderanno direttamente al presidente, altri al primo ministro e, pertanto, non ci saranno scontri e polemiche come molti affermano.

Lei ha definito immotivate le preoccupazioni della comunità internazionale ma Stati uniti ed Europa stanno valutando seriamente la possibilità di tagliare i loro finanziamenti annui per centinaia di milioni di dollari all’Anp se il governo verrà affidato ad Hamas.

Mi auguro che Usa e Ue proseguano lo stanziamento di fondi che sono essenziali per la nostra popolazione. I palestinesi hanno tenuto elezioni democratiche che rappresentano un modello per l’intero Medio Oriente. Devono essere premiati e non puniti dalla Comunità internazionale. Per quanto riguarda Hamas l’Occidente non può ignorare la sua evoluzione in senso moderato. Da circa un anno rispetta la tregua con Israele e accettando di far parte dell’Anp di fatto ha cominciato a riconoscere indirettamente lo Stato ebraico. Questi sviluppi vanno incoraggiati con il dialogo.