Unità della sinistra alternativa per battere le destre…

Sarebbe un suicidio politico collettivo il solo immaginare, da qui ai prossimi anni, un partito permanentemente articolato, anzi cristallizzato, su cinque mozioni, soprattutto se il quadro politico futuro dovesse essere caratterizzato, a seguito della vittoria elettorale dell’Unione del prossimo 9 aprile – come tutti auspichiamo -, dalla nostra presenza al governo.
Già in queste prime settimane di campagna elettorale, difficile, dura, impegnativa, si registrano segnali di fiacchezza, di scarso entusiasmo, perfino di logoramento, tra le nostre file. Questo perché vi è una responsabilità collettiva dei gruppi dirigenti, sia della mozione di maggioranza sia delle mozioni di minoranza, di aver trascinato – spesso anche stancamente – il dibattito congressuale per oltre un anno; un modo di condurre il confronto con una liturgia, tra l’altro, che ha finito per annoiare tanti compagni e compagne, togliendo loro quello slancio e quella volontà necessari a svolgere una campagna elettorale adeguatamente combattiva e incisiva. E’ dunque ora di chiudere, magari superandolo, il congresso di Venezia, nell’interesse stesso del partito e delle istanze politiche e sociali che rappresenta. Da questa esigenza, che considero non più procrastinabile, muove questo articolo.

Sono del parere che sia stato un grave errore aver deciso di prolungare oltre il dovuto – e gli avvenimenti che si sono succeduti in questo anno sembrano darmi ragione – il dibattito congressuale. La maggioranza lo ha fatto per sottolineare la sua totale autosufficienza nella gestione della linea politica, per dare una prova di forza che dimostrasse all’Unione di poter “controllare la situazione” e di poter “garantire stabilità”, nonostante la consistenza numerica delle minoranze. Le minoranze, d’altronde, hanno un po’ semplicisticamente creduto, che mediante una costante pressione critica, si potesse determinare una forte e acuta contraddizione nel partito in conseguenza dell’accordo politico di governo con il centrosinistra realizzato senza un vero e serrato confronto programmatico. Finora, nonostante la durezza della critica, che poteva essere svolta con toni meno aspri, le previsioni delle minoranze non si sono realizzate, come più aperte al confronto potevano essere alcune scelte della maggioranza, sia accogliendo alcune preoccupazioni politiche delle minoranze sia evitando atteggiamenti bruschi e di chiusura.

Ora bisognerebbe cambiare pagina se si vuole, in queste poche settimane che ci separano dal voto, mettere in campo e dispiegare tutte le nostre forze per ridare vigore a un partito balcanizzato, ma anche spossato dalla logica delle correnti e sottocorrenti.

Per quanto mi riguarda confermo il mio giudizio critico (che ho espresso in tutta la fase congressuale) sulla scelta di aver voluto a tutti i costi chiudere un accordo di governo con il centrosinistra prima dell’apertura di un confronto sul programma. E’stata quella una scelta politicistica. Ma a poche settimane dal voto non credo sia questo il problema principale. Neppure devo dire mi appassiona più di tanto la discussione se “il bicchiere sia mezzo pieno” o “mezzo vuoto”; se il bilancio su ciò che il Prc ha strappato nel programma dell’Unione sia positivo, quindi aveva e ha ragione Bertinotti, o se sia inadeguato, quindi avevano e continuano ad avere ragione le minoranze. Insomma, se il programma di governo che abbiamo sottoscritto è un programma della svolta riformatrice e d’alternativa o se più semplicemente è un programma che introduce alcuni significativi correttivi alle politiche economiche e sociali delle destre.

Come non trovo interessante più di tanto il dibattito, da sempre presente nel movimento comunista europeo, se per i comunisti ci siano le condizioni e la possibilità di andare, in questa fase storica, al governo ma nell’ambito di una coalizione democratica per svolgervi una azione di trasformazione della società in senso socialista. E’ questo un dibattito vecchio, un tormentone mai risolto.

Vi sono infatti mille e una ragione per dire di no, che non ci sono questa condizioni, e altrettante mille e una ragione per dire di sì, che queste condizioni, specialmente oggi, ci sono. Non credo che l’esperienza passata possa aiutarci. Per questo è meglio mantenere il confronto sulla politica e non sui principi ideologici. E per stare sulla politica mi sembra che il vero problema oggi sia la pesante manovra neocentrista in corso nell’Unione, la cui proporzione, se non verrà rapidamente stoppata dalla sinistra, è tale da mettere in discussione tutti gli equilibri politici su cui si regge l’alleanza. Il rischio reale, assolutamente da scongiurare, è che gli assetti di governo siano più arretrati (neocentristi) del programma, a prescindere dal giudizio che se ne dà. Questa manovra neocentrista la si contrasta e la si batte se il Prc e più in generale tutta la sinistra avranno una buona affermazione elettorale. Per questo sarebbe in questo momento importante alzare il tono della polemica con le tendenze moderate della coalizione.

Ho trovato per questo sbagliato la scelta delle minoranze in Direzione di votare contro il programma dell’Unione. Anche se fosse valida la valutazione che il programma non costituisce la cornice che sarebbe richiesta per consumare il passaggio di un diretto impegno del Prc nel governo, in quanto non è un programma riformatore, sarebbe stato più opportuno astenersi, per due fondamentali ragioni: la prima, per non prolungare ulteriormente il confronto congressuale e mettere il partito tutto nella possibilità di svolgere la campagna elettorale che ha come primo obiettivo – è bene ricordarlo – quello di battere le destre, pericolose e dai tratti illiberali, che hanno imbarcato nella Casa della Libertà la peggiore feccia fascista; la seconda, è che per dare maggiore forza al partito e metterlo in condizione di competere con le componenti neocentriste della coalizione, occorre condurre lotte sociali e per i diritti attraverso lo sviluppo di movimenti di massa. Solo così sarà fattibile condizionare l’Unione e dare un segno prevalente di sinistra alla sua azione di governo e realizzare l’obiettivo non solo di sconfiggere Berlusconi ma anche le politiche sociali che egli rappresenta. Ma questa impresa diviene ardua, quasi impossibile, se poco meno della metà del partito è all’opposizione e poco più della metà del partito dichiara che tutto va bene, che tutto va a gonfie vele.

E’ evidente che, se la sinistra di alternativa non si caratterizzerà nel corso della campagna elettorale su alcuni punti qualificanti quali pace e ritiro delle truppe dall’Iraq, ripristino di una nuova scala mobile, riforma del TFR, difesa del diritto di sciopero, riforma democratica delle RSU, lotta alla precarietà e alla disoccupazione di masse (mezzogiorno), difesa dei diritti e soppressione delle leggi vergogna, se non vi sarà una sua indiscutibile affermazione, difficilmente si potrà realizzare l’obiettivo di spostare a sinistra l’asse strategico dell’Unione. Se non si costruisce da ora una unità d’azione dell’insieme della sinistra di alternativa, di quel 15 per cento degli elettori che hanno sostenuto la battaglia sull’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, è velleitario pensare di competere alla pari con l’Ulivo. Il PRC da solo non può farcela, se non caratterizza la sua iniziativa e se non favorisce la nascita di un ampio schieramento unitario della sinistra di alternativa, è destinato per tutta la legislatura a vivacchiare in modo subalterno all’ombra dell’Unione: un disastro per il partito e per il Paese!

Per questa ragione non sono contrario alla nascita della Sezione Italiana della “Sinistra Europea”, anche se mantengo tutte le critiche sul modo e sui contenuti di come si è giunti alla costituzione della “Sinistra Europea” stessa. Devo però riconoscere che in mancanza di altre proposte e iniziative questa esperienza resta l’unica in campo. Si tratta ora di consolidarla ed estenderla, senza faziosità e preclusioni, all’insieme delle forze della sinistra anticapitalista e comunista dell’Unione Europea che ancora, per diverse cause, legittime e spesso anche giuste, non hanno finora aderito.

Per l’Italia la “Sinistra Europea” può divenire una prima tappa del processo della costruzione della sinistra di alternativa. Sia chiaro, non si tratta di rifarsi al modello spagnolo di “Izquierda Unida”, che è la preoccupazione delle minoranze, ma neppure di scegliere solo quegli interlocutori in sintonia completa con il Prc, come praticamente sta operando la maggioranza. La sinistra alternativa deve essere uno schieramento politico unitario, il cui perno devono essere i comunisti, che abbracci l’insieme delle forze politiche, culturali e sociali presenti in Italia, organizzate nei partiti, nelle organizzazioni sindacali (dentro e fuori la CGIL), nell’associazionismo, nelle riviste e nei giornali, nei movimenti.

Ma proprio perché la “Sinistra Europea” è un primo passo per la costruzione della sinistra di alternativa dobbiamo considerare altrettanto favorevolmente ogni altra autonoma iniziativa di aggregazione. Resto convinto che la strada della costruzione dell’unità della sinistra di alternativa si percorre provando sul serio, senza doppiezza ed infingimenti, a stare possibilmente tutti insieme, confrontandosi su proposte, programmi e contenuti.

Il dibattito, il vero confronto politico tra noi, dovrebbe essere centrato sulla natura dello schieramento politico. Il laboratorio politico tedesco mi pare sia quella più avanzato; non a caso proviene dalla Germania, patria dell’ideologia ma anche motore dello sviluppo europeo, l’esperienza in cui si manifestano segnali evidenti e forti di ricomposizione tra le due fondamentali culture marxiste del Novecento: quella socialdemocratica e quella comunista. O meglio, per essere più precisi, l’incontro tra una forza politica proveniente dalla socialdemocrazia post-marxista di Bad Godesberg (Lafontaine), un partito, il PDS, erede invece della RDT e una terza formazione, il piccolo partito comunista della Germania (perché pochi sanno che dell’alleanza fa parte anche DKP) per dar vita a un cartello politico ed elettorale del tutto nuovo, dalla caratteristica marxista, di classe e anticapitalistica.

Si tratta allora di capire se la Sezione Italiana della “Sinistra Europea” vuole rassomigliare un po’ di più all’esperienza tedesca, centrata sul partito del lavoro, o invece restare impigliata nella rete del radicalismo tardo-occhettiano che conduce a una Bolognina (sia pur di sinistra), oppure meramente rappresentare l’antagonismo delle nuove culture critiche, come quella ambientale, di genere, pacifista. Non è che l’insieme di queste culture del conflitto e di movimento non siano importanti e non debbano trovare il sufficiente spazio nella “Sinistra Europea”, non vorrei essere su questo punto frainteso, ma se la sinistra di alternativa vuole sul serio uscire sia in Italia che in Europa da una dimensione minoritaria, o si attrezza a divenire una sinistra di classe, marxista, fortemente radicata nel mondo del lavoro e nel nuovo proletariato urbano, o rischia di restare minoritaria: una avanguardia elitaria come lo fu la nuova sinistra negli anni ’70. E l’alternativa tra una sinistra di classe veramente riformatrice – che è quello di cui ha bisogno il Paese – e una sinistra legata al solo radicalismo anti-ideologico di una parte dei movimenti, non è il rifugiarsi in concezioni dottrinarie “marxiste-leniniste”, con le solite varianti, trotzkista o stalinista (tutt’al più leninista). Sono questi tutti films visti più d’una volta e che personalmente non ho voglia di rivedere.

Quindi è sulla costruzione di uno schieramento unitario della sinistra alternativa, nella fase in cui è chiamata a essere forza di governo in una coalizione di centrosinistra, che intendo misurarmi, sia in termini politici che culturali con la maggioranza del partito, augurandomi che il confronto non sia il susseguirsi di una raffica di no. Anche per questo, per svolgere un dibattito con maggiore libertà, sarebbe importante chiudere il congresso di Venezia. Del resto, l’ultimo atto congressuale, quello della formazione delle liste, c’è stato: ci siamo liberati anche di questo ostacolo non da poco. La partita è chiusa. Vi sono ora tutte le condizioni per una bella rimescolata delle carte, per una nuova partita, non guardando al passato, a chi ha vinto o perso la partita precedente, ma al presente per tracciare il futuro, con la consapevolezza di tutti che, come dice quel vecchio motivo napoletano, “chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato”, in quanto la politica vera, quella che pratica la trasformazione, quella appunto dei comunisti, non si sofferma più di tanto sui destini personali degli uomini.