Unità a sinistra, perché il dialogo è tra sordi

Ha ragione Sandro Valentini quando dice che la discussione che si è sviluppata sulle prospettive di una unità della sinistra (tutta o quella possibile) somiglia ad un dialogo fra non udenti. Ritengo anch’io che in questo dibattito ciascuno dei partecipanti dialoga in pratica con se stesso proponendo formule che avrebbero il potere di unificare le forze sparse della sinistra di alternativa, da Rifondazione ai movimenti, dai gruppi spontanei del radicalismo di sinistra ai Verdi, Comunisti italiani e sinistra Ds
E tuttavia anche Valentini non riesce a resistere alla tentazione di dialogare con se stesso e a proporre la sua formula risolutiva del problema. Per lui la questione vera, per realizzare l’unità possibile a sinistra, è il programma, o meglio quei quattro o cinque punti programmatici che la mozione “essere comunisti” nel corso di quest’anno ha portato “testardamente avanti”: no alla guerra, ritiro delle truppe italiane dall’Iraq, tutela e difesa del salario, democrazia sindacale, interventi straordinari nel mezzogiorno nella tutela ambientale e del lavoro “stabile e sano”, nuova legge sull’equo canone, abrogazione delle leggi vergogna (cito riassumendo).
Se così fosse, se cioè bastassero i pochi punti indicati per realizzare l’unità delle sinistre, il miracolo sarebbe grande e tanto più mirabile dal momento che si tratta di quegli stessi “paletti” che dovevano servire nella trattativa con gli altri partiti dell’Unione per il programma futuro elettorale e di governo.

Ora, che i paletti servano di volta in volta alla bisogna mi pare pretesa un po’ eccessiva.

Intendiamoci, questa osservazione critica non vuole assolutamente sminuire la valenza di una riflessione sul tema dell’unità delle sinistre, in primo luogo di quelle di alternativa, peraltro portata avanti con intelligenza ed onestà intellettuale, salvo qualche caduta quando si strumentalizzano le argomentazioni a fini di bottega.

Ma perché il dialogo resta fra sordi e per di più non quaglia, non diventa cioè iniziativa politica vera, che esce dalla intellettualità e si anima fra la gente di sinistra?

La mia risposta è che una volontà di unificare le forze oggi non esiste a sinistra e parallelamente non esistono le condizioni oggettive perché ciò avvenga.

I processi disgreganti nella storia, una volta compiutisi, costituiscono un ostacolo, un freno assai grande a che si inneschino successivi processi di riunificazione e quando per avventura ciò avviene, l’unificazione non è mai tale, ma prende la forma di un soggetto nuovo affatto diverso dai precedenti. In ogni caso occorrono tempi lunghissimi che possono ridursi solo col sopravvenire di avvenimenti eccezionali che fanno da acceleratore.

Si deve anche aggiungere che la struttura della società civile, modificata dal liberismo e dalla globalizzazione, e l’assetto istituzionale del Paese – modificato anch’esso con l’introduzione del sistema maggioritario nelle elezioni – non solo non favoriscono il formarsi di grandi formazioni politiche, ma invece suscitano spinte al frantumarsi della rappresentanza e, cosa molto più grave, allontanano i cittadini dalla partecipazione alla vita politica.

Allora, il dialogo sull’unità a sinistra è inutile? Ritengo che lo sia se ci si propone di arrivare alle prossime elezioni con una sola rappresentanza delle sinistre di alternativa, ma lo ritengo utile se contribuisce a registrare le differenze e ad accettarle come tali, serenamente. E’ forse questo il vero, importante punto di partenza di un processo difficile, lungo, contraddittorio e per nulla scontato – come si dice.

Oggi il compito della sinistra di alternativa è quello di riportare alla politica, alla partecipazione democratica quante più persone sentono il peso insopportabile di questa società liberista e sentono anche magari indistintamente l’esigenza di un cambiamento di società. Questo compito si intreccia con l’esigenza di liberare il Paese dal governo Berlusconi e perciò di vincere le elezioni. Sono due cose inscindibili la lotta per il cambiamento della società e la lotta per un nuovo governo dove le sinistre di alternativa siano presenti. Le elezioni primarie sono il mezzo per concretare e rendere reale la partecipazione popolare, non lo sfizio di una maggioranza di partito e che questo nostro partito abbia avuto la sensibilità e la capacità di utilizzare una forma non tradizionale, ma tuttavia mobilitante, dell’agire politico, lo ritengo un fatto di grande valore. Sono convinto che se nella campagna elettorale delle primarie riusciremo a far discutere le persone intorno ai temi della pace, del salario, del lavoro, della giustizia, della scuola, della vita dei giovani e delle donne di questo Paese, noi avremo realizzato assi più di unità a sinistra di quanto possano fare i dibattiti sui giornali.