Unione, un vangelo chiamato programma

In tempi non proprio remoti, un Cofferati d’annata aveva sostenuto l’impronunciabilità del termine «riforme», parola talmente inflazionata e da ogni parte stiracchiata da aver perso ogni significato evocativo di progresso e da essere divenuta non solo incolore, ma «malata». E anzi, sistematicamente usata ogni qual volta si tratta di revocare conquiste sociali ormai indicate da una vulgata trasversale come suggestioni rétro.
Negli anni scorsi, la sinistra e, soprattutto, i lavoratori, i ceti sociali più deboli hanno pagato assai duramente quelle scelte, quell’ipoteca culturale che aveva reclutato adepti e catecumeni a tutte le latitudini. Sembrava che, dopo il dazio duramente pagato, la lezione fosse servita. La storia sembra invece ripetersi. E si vede come il programma dell’Unione che, beninteso, non è mai stato un manifesto proto-comunista, ma lasciava intravedere elementi di vera discontinuità, sembri ora in via di rapido congedo. Abbiamo così sentito affermare che «il programma non è il Vangelo», mentre invece dovrebbe «laicamente» esserlo, almeno fra persone serie, considerato che su di esso – costato una lunga e complessa gestazione – si è chiesto il voto dell’elettorato per governare su quelle basi il paese. Ma sul medesimo registro insistono quotidianamente autorevoli esponenti del centrosinistra che invocano perentorie svolte riformatrici, delle quali si capisce soltanto che stanno al programma della coalizione come l’acqua sta al fuoco.
Ancora una volta, il termine «riforme», inossidabile distintivo di virtù, rimbalza dal centrosinistra al centrodestra e viceversa, con una stupefacente fungibilità. A ben vedere – e qui sta il guaio – non del tutto a sproposito, perché il «riformismo reale» di cui i contendenti parlano si muove, almeno in una sua parte cospicua, dentro lo stesso orizzonte. Parlano delle stesse cose e, spesso, malgrado l’ostentata litigiosità, di non troppo dissimili strategie. La componente «liberal», da sempre infatuata di un «mercatismo» per altro esplicitamente rivendicato, è all’attacco, mentre gli altri traccheggiano, come storditi. Tutto avviene poi dentro la bolla di una politica autoreferenziale, dove il tema del consenso e della rappresentanza sociale sembra essersi dissolto; e dove la perdita di contatto con il paese reale, il misconoscimento della materialità della condizione di estesi strati popolari, la distanza che si accumula con il comune sentire (altro che deficit di comunicazione!) stanno assumendo le dimensioni di un fossato.
Le stesse parole che formano il perimetro culturale entro il quale si indirizza la ricerca sono del resto quelle di «competizione», «concorrenza», «privatizzazione», «mercato». Già il termine «pubblico» rientra nel novero delle categorie sospette, mentre «uguaglianza» e «solidarietà» vengono pudicamente rigenerate nella più accettabile e innocente «equità», che nessuno rinnega, ma che non ispira una vera politica a impronta sociale.
Ora, se dopo i non lievi problemi posti dalla legge finanziaria, le coordinate politiche e sociali dentro le quali si muoverà la politica del governo saranno l’allungamento dell’età pensionabile, la riduzione delle rendite da pensione e la liberalizzazione dei servizi pubblici, persino di quelli a più spiccata rilevanza sociale; e se la lotta alla precarizzazione non assumerà il carattere di un autentico, visibile, efficace cambiamento della legislazione vigente, allora diventerà chiaro con che cosa e con chi si ha a che fare. E non basterà il buon senso del ministro Bersani a dare alla sostanza di questa politica un’aria onesta e rispettabile. Il fatto è che tutto l’armamentario ideologico della destra agisce, sotto traccia, come l’humus che nutre e ispira (quasi) tutta la politica, la quale si articola per varianti, che non ci sono mai indifferenti, ma che, non di meno, sono figlie di un unico condiviso «linguaggio» e di una cultura su cui opera – potente – l’influenza del capitale e, per giunta, della sua nostrana, non eccelsa versione. Come sempre, i convertiti che transitano nel campo avverso non sono mai così pericolosi come quelli che restano nel proprio.
Poi c’è il sindacato, che da un quarto di secolo morde il freno, non potendo più vantare, pur in un lasso di tempo così ampio, una sola conquista degna di essere ricordata ma, nei casi migliori, avendo contenuto un arretramento che ha investito tutta intera la condizione di lavoro, ruzzolata su uno scivolo che non lascia intravedere il punto d’arresto. Sarebbe puerile mettersi a scodellare ricette «per l’osteria dell’avvenire», ma c’è una cosa, di immediata evidenza, che bisognerebbe comprendere, qui e subito. E cioè che ogni atteggiamento remissivo, ogni rinuncia all’azione, ogni tendenza a abbassare il profilo della proposta, ogni autocensura dettata dalla fallace convinzione che è bene non disturbare il già tremebondo manovratore, lungi dal costituire atti di prudente saggezza preparano stagioni amare perché sottraggono alla contesa forze sociali decisive, lasciano il campo libero alle più viete incursioni lobbistiche, alimentano derive corporative e provocano l’implosione del proprio campo; e, oltretutto, vanificano o indeboliscono i migliori propositi presenti nella compagine di governo, contribuendo al loro isolamento.
Valga, per tutti, un solo esempio. E’ alle viste il tentativo di assestare un altro colpo (sarebbe il quarto in 15 anni) alle pensioni. Due le strade:
1. agire di rimessa, nell’intento di contenere gli effetti più perversi di un’operazione che porterebbe in ogni caso impresso il sigillo dell’iniquità e della soggezione a logiche liberiste;
2. rovesciare il paradigma, ricominciare dall’analisi delle condizioni sociali (a partire dalle contraddizioni vistose aperte dalla stessa legge Dini), per ricostruire un’idea forte di previdenza pubblica, per nulla velleitaria, solo che si riscopra il coraggio intelligente di provarci. Scriveva Antonio Gramsci che «la formula del male minore, del meno peggio, non è altro che la forma che assume il processo di adattamento a un movimento socialmente regressivo, movimento di cui una forza audacemente efficiente guida lo svolgimento, mentre le forze antagonistiche (o meglio, i capi di esse) sono decise a capitolare progressivamente, a piccole tappe e non di un solo colpo». Sarebbe letale, per il sindacato, una pura azione di rimessa, volta a evitare il peggio. Lo snodo è davvero decisivo, perché determinerà «la piega» degli sviluppi futuri, delineando, a seconda della strada intrapresa, scenari opposti. Guadagnarne la consapevolezza e agire di conseguenza è il compito urgente che ci attende.