Unione europea, nulla più che un’area geografica

Un’occasione mancata: questo è la nuova costituzione europea. Avrebbe potuto rappresentare un momento in cui cittadini fossero finalmente coinvolti nella nascita della loro nuova nazione, come, nel bene e nel male, lo furono quelli che dettero vita agli stati nazionali, e invece la vicenda è restata nelle mani di una ristretta cerchia di burocrati. Il risultato è che l’Unione europea che ci viene prospettata appare anche più priva di una propria, comune identità. Perché la cultura che ispira il Trattato, i principi cui si riferisce e dunque gli orientamenti politici che stabilisce, cancellano proprio il dato di cui la costruzione europea aveva più bisogno: rinsaldare una specifica comune identità in cui tutti, dalla Svezia alla Grecia, dalla Polonia al Portogallo, potessero ritrovarsi. Assumendo in pieno, e anzi costituzionalizzando le politiche liberiste (primato del mercato e della competitività, marginalizzazione del ruolo dello stato e quindi della politica, privatizzazioni) il Trattato propone un modello che banalizza l’Europa, la allinea a una generica cultura occidentale, di cui certo è parte, ma che di per sé non è un dato sufficiente a giustificare una specifica aggregazione istituzionale. A che pro costruire questa entità statuale, infatti, se essa deve diventare nulla più che un’area geografica, un segmento di mercato globale, privo di una propria identità, e dunque di un’anima, incapace di produrre quanto è essenziale ai fini della coesione sociale e politica?

Negli anni `50 dar vita a un mercato comune fra i paesi europei era un bel progetto. Oggi, nell’era della globalizzazione, non ha più senso. O la Ue è in grado di essere qualcosa di più, oppure non è interessante. E infatti non interessa. Grecia e Svezia, Polonia e Portogallo sono paesi diversissimi. Ogni paese europeo ha una propria lingua e una propria diversificata storia nazionale, perché la storia europea è storia delle sue nazioni. Una cosa sola è simile (e diversa dagli Usa) a nord come a sud: il movimento operaio – nelle sue diverse componenti socialista, comunista, cristiana – e il tipo di società che ha contribuito a forgiare.

Questa particolare connotazione, il fatto che il nostro movimento operaio non sia mai stato, come altrove, mero soggetto economico, incaricato di contrattare il prezzo della forza lavoro, ma anche portatore di valori e artefice di quello che chiamiamo lo stato sociale, si fonda sulla particolarità che lo sviluppo capitalistico ha avuto in Europa. Scriveva Marx, nei Grundrisse, che qui tale sviluppo si è prodotto in presenza, e intrecciandosi, con forme/entità socio-culturali che lo precedevano ma erano ancora vitali, mentre cioè sopravvivevano classi e istituzioni – il mondo rurale, la Chiesa, l’aristocrazia – che, pur prendendo parte allo sviluppo capitalistico, ne hanno segnato il sistema egemonico. Nel male – producendo rigurgiti reazionari – ma anche nel bene: preservando una distanza critica rispetto alla crescente pressione in direzione di una riduzione di ogni dimensione umana alle priorità dell’economia, della produzione, della concorrenza mercantile.

E’ questa cultura altra, in qualche modo disinteressata, questa vena critica rispetto alla modernità (come sempre anche ambigua), che – sebbene pesantemente minacciata si è tutt’ora conservata – ha marcato l’identità europea fino al senso comune. In ogni paese europeo – per fare un esempio che è esperienza di massa – si mangiano cibi diversissimi, ma in tutti c’è un analogo gusto per la diversità, in tutti i pasti non sono solo nutrizione ma occasione sociale, e attorno al cibo si scandiscono gli eventi della vita familiare e collettiva. E’ per questo che, nonostante tutto, la mcdonaldizzazione stenta ad affermarsi, sebbene produrre cento formaggi diversi anziché una sola pasta di «cauchut» sia assolutamente antieconomico. La totale riduzione a merce degli alimenti, insomma, non è stata possibile. Così come della forza lavoro. Sicché qui il sindacato, a nord come a sud, non è solo strumento di rivendicazione, ma protagonista della democrazia moderna, portatore di valori non mercantili che incidono sul modo di essere delle istituzioni. (Quando mi domandano quali siano i segni distintivi dell’identità europea, rispondo con una battua: la gastronomia e il movimento operaio).

Di questa cultura comune resistentissima nella Costituzione europea non restano che vuote parole, nessuna traccia di sostanza. Ma se questa connotazione viene non solo sbiadita ma addirittura cancellata, di comune e specifico non resta più niente. La cosiddetta european way, di cui pure ancora ai tempi di Delors si era tanto parlato, viene sepolta: questo non è un fatto improvviso prodotto dal trattato, bensì il risultato di un processo che si è sviluppato nel corso di questi anni nella sostanziale disattenzione della sinistra. La questione dei servizi pubblici, per esempio, una delle strutture più significative del modello europeo, è stata in questi anni oggetto del più aspro contenzioso fra i numi tutelari della libera concorrenza sul mercato interno e chi ha continuato ad avere a cuore questo pezzo di storia europea.

L’ultimo scandalo è la proposta direttiva Bolkenstein, ma già nel Trattato di Amsterdam, 1997, sebbene si fosse allora riusciti a fare includere un riferimento al ruolo dei servizi pubblici, la dizione risultò così oscura da rendere difficile escludere la preminenza delle regole del mercato, e dunque l’obbligo di tagliare ogni sovvenzione. A Nizza, nel 2000, all’art.36 della Carta sui diritti fondamentali si parla di ruolo dei servizi di pubblico interesse, ma senza farne seguire alcuna pratica conseguenza. I successivi papers presentati in merito dalla Commissione hanno ulteriormente accresciuto la confusione, cercando di contentare chi non voleva fossero eliminati lasciando ai paesi membri il potere di decidere in alcuni casi. Mai tuttavia, nonostante insistenti proposte dell’europarlamento (fra queste la Risoluzione Herzog) è stata imboccata la strada della creazione di servizi pubblici a livello europeo: un’ipotesi che avrebbe anche eliminato ogni pretesto fondato sul rischio di alterare la concorrenza sul mercato interno.

Serve, questa Unione europea più compatta e competitiva – si dice – per contenere le pretese imperiali americane. Questo è anzi l’argomento principe di chi dice che, pur turandosi il naso, occorre votare sì al Trattato. Ma se questa Europa diventa così simile agli Stati Uniti in versione imperiale, come possiamo pensare che possa garantirsi, rispetto ad essi, una reale autonomia? Non solo: per costruire un mondo più multipolare altre sono oggi le vie. Innanzitutto quella di stabilire – rinunciando all’ossessione atlantista – un rapporto più stretto con i processi che si sono innescati, sia pure fra mille ostacoli e contraddizioni, dall’Asia all’America latina. Solo rimettendo in discussione il modello d’Europa che ci viene proposto, insomma, potrebbe esser possibile contribuire a costruire un mondo multipolare.