Unione, duello su tasse e rendite

«Quanto potrà durare il governo dipende più dal caso che dalla politica». Dalla camera il capogruppo della Rosa nel pugno Roberto Villetti è piuttosto disincantato sulla sorte del secondo governo Prodi e, guardando al senato, giudica una «paradossale verità» che sia proprio «la ristrettezza della maggioranza» ad evitare «rotture clamorose».
Esplode il «caso De Gregorio»
Rotture meno clamorose però si possono sempre fare. Soprattutto se l’uomo più ambiguo del mondo come Sergio De Gregorio decide di sfoggiare tutte le sue capacità fino al cedimento strutturale della commissione Difesa. Evento puntualmente avvenuto ieri mattina con tratti da commedia dell’assurdo. L’ex dipietrista, che ne è il presidente, si era vantato alla vigilia del voto unanime della commissione sul suo parere favorevole alla finanziaria. Parere che chiedeva di aumentare sensibilmente le risorse per la Difesa. Alla lettura del documento però Lidia Menapace (scippata della presidenza proprio da De Gregorio) ha annunciato la sua astensione. A quel punto la Cdl ha negato il suo sì mutandolo nel voto contrario. Poco danno, se non fosse che la capogruppo del Pdci Manuela Palermi non era presente. L’opposizione quindi ha giocato facile e al voto ha bocciato quel parere 12 a 11. De Gregorio allora che fa? A perdere non ci sta, prende lo stesso identico documento e senza fare una piega trasforma le sue conclusioni in un parere contrario alla manovra. L’Unione a quel punto insorge e lascia l’aula. Il presidente vota con la Cdl e boccia la finanziaria con una «vittoria» a tavolino per 13 a 0. Il parere, tecnicamente irrilevante, politicamente è un danno grave perché svela l’identikit di De Gregorio e il rischio evanescenza (aritmetica e non) dell’Unione a palazzo Madama. Sensazioni aggravate dal pareggio sempre di ieri in commissione finanze (13 a 13, Ciampi ha votato sì, Follini ha votato no). A conti fatti dunque anche se per l’Unione la «gimkana» dei pareri tecnici alla finanziaria non fa danni rischia però di rilanciare in avanti strascichi molto pericolosi quando la maggioranza in aula è di un voto solo.
L’Ulivo tra Tremonti e Padoa Schioppa
Con il sì di tutta la maggioranza il senato ha assegnato come ordine del giorno al decreto fiscale una quota delle maggiori entrate derivanti dalla lotta all’evasione al taglio delle tasse: meno si evade, meno si paga. Una «linea» sposata da Ds e Margherita e in cerca di attuazione dal presidente della commissione bilancio Morando e dal relatore Morgando. Prc e Verdi nicchiano, sia politicamente che tatticamente, e puntano invece a interpretarlo, per esempio, come una restituzione del fiscal drag. Ma i riformisti non ci sentono e vorrebbero scrivere subito nero su bianco che il taglio fiscale andrà direttamente alle aliquote Irpef. L’immagine di Vincenzo Visco, bollato da anni come un «dracula» delle tasse potrebbe giovarsene, anche se Padoa Schioppa non sembra entusiasta di legarsi le mani in quel modo. Oltre a questo l’Ulivo deve anche sciogliere il nodo del «taglio ai costi impropri della politica» chiesto dalla sinistra Ds. L’accordo di gruppo ancora non c’è anche se andrà trovato (anche perché Salvi e Villone non mollano e contano ben 10 senatori).
Buio sulle rendite finanziarie
L’armonizzazione al 20% degli interessi sulle rendite finanziarie (conti bancari, fondi, Bot, etc.) è completamente sparita dalla manovra per motivi tecnici e di copertura. Nonostante l’ accordo della maggioranza – che l’ha perfino difesa in campagna elettorale – la misura è affidata per il momento a una legge delega che dovrebbe comparire a primavera. Natale Ripamonti dei Verdi, un senatore che la finanziaria la sa «interpretare», annuncia però un emendamento secco che la preveda dal 1 gennaio: «Il budget disposto dal governo è troppo ristretto – spiega – proporrò quella copertura per fare cose che servono davvero».
Tra sette giorni il testo finale
Ad ogni modo il testo che uscirà dalla commissione bilancio sarà il testo finale. E’ il tentativo del governo di blindare quanto più possibile la maggioranza ed evitare sorprese in aula. Su questo scommettono anche i senatori. La «road map» è pronta: questa settimana si discutono gli emendamenti nella maggioranza, da lunedì si votano in commissione solo quelli approvati da tutti i partiti e poi comincerà in aula un confronto con il centrodestra che al 99% si concluderà con il voto di fiducia.