Un’idea di programma

Il presidente della regione Calabria Agazio Loiero, in alcune lucide interviste date alla tv e alla stampa (significativa quella a D’Avanzo su Repubblica del 21 ottobre) in relazione all’omicidio di Franco Fortugno, ha riportato sui giusti binari la discussione sulla questione criminalità organizzata che sembrava scivolare di nuovo nel qualunquismo de “lo Stato in Calabria c’è” o “uniti ce la faremo”. La destra, ha detto in sostanza il presidente, ha vinto le elezioni anche sulla paura per l’immigrato che rapina la pensione alla vecchietta, concentrando così l’attenzione su un problema che non va ignorato ma che non può essere gestito a scapito dell’azione di contrasto alla criminalità organizzata. Ha poi aggiunto che l’azione del suo governo regionale, tesa a smantellare un sistema burocratico legato alla vecchia gestione e a trasferire le deleghe a province e comuni (per fare della regione un ente di programmazione e di indirizzo e non un erogatore di risorse e di favori clientelari), deve aver spaventato la mafia e tutto l’apparato che, pur non essendo organicamente mafioso, si muove nel mondo del malaffare politico-amministrativo. Dice Loiero: «Non ho alternative. Governo un baraccone di 4mila 300 dipendenti. Trecento lavorano e so più o meno che cosa fanno. Degli altri quattromila non so nulla. In alcuni casi non so nemmeno dove siano; in tutti casi so che non c’è alcuna forma di controllo della loro attività, concedendo che un’attività ci sia per davvero». E aggiunge che deleghe, affari e clientelismo sono un problema del suo governo, ma sono anche un problema di governo della ‘ndrangheta. E’ su questo scontro di “governi” e sulla capacità dell’Unione di prendere partito per l’opzione Loiero – non solo in Calabria, ma su tutto il territorio nazionale – che si gioca gran parte del destino democratico del nostro paese.
Non tutto è scontato. Basta ricordare ciò che sta succedendo in Emilia Romagna dove tutte le mafie del sud hanno dislocato da decenni parte dei loro uomini e delle loro attività, delle loro droghe e dei loro riciclaggi, mentre il sindaco del capoluogo focalizza l’attenzione dei cittadini sui lavavetri e i baraccati: niente di più pertinente della riflessione di Loiero sull’immigrato e la vecchietta!

Proprio perché non tutto è scontato, bisogna prendere atto che i problemi sono numerosi e interdipendenti, coinvolgono non solo le regioni ad insediamento tipico delle mafie ma anche lo stato nazionale e la tenuta di quel che resta del suo sistema democratico. Cominciamo col precisarne uno che oggi sembra rilevante per le ulteriori strategie di contrasto e sulla cui analisi c’è un disaccordo di fondo con la sinistra moderata secondo la quale in queste regioni non ci sarebbe lo sviluppo perché ci sono le mafie. Il Mezzogiorno, in special modo dalla Campania in giù, presenta parametri di reddito pro capite, di investimenti, di infrastrutture viarie e ferroviarie, di disoccupazione, ecc. che sono costantemente la metà (per i primi) o il triplo (per l’ultima) di quelli del centro nord.

Questo divario è stato alimentato, e non certo corretto, da politiche – a partire dagli investimenti pubblici – scriteriate mirate non alla sua riduzione ma all’arricchimento dei ceti sociali dominanti e al foraggiamento delle clientele per una maggior tenuta del blocco di potere del quale le varie mafie sono parte integrante: ha ragione Pisanu a dire che in queste regioni lo Stato c’è, ma è sulla natura di questa presenza che le nostre opinioni divergono dalle sue.

Schematicamente si può, dunque, dire che non c’è il divario perché c’è la mafia, ma c’è la mafia perché c’è questa struttura politico-economica che resiste ed è sostenuta dal governo centrale in quanto storicamente (da Andreotti a Berlusconi) funzionale alla sua tenuta. Il corollario di questa diversa impostazione del problema è che non si può pensare di battere (o contenere) le mafie prendendo il potere “comunque”, anche incorporando nella propria maggioranza elettorale blocchi transfughi di borghesia o manovalanza mafiosa, ma che, senza un prima e un dopo, si debba operare per un progetto che tendi a mutare questa struttura politico-economica, a rompere questo blocco di potere politico-mafioso e – sempre all’interno di questo progetto – vincere anche le elezioni per realizzarlo con più forza.

Del resto le mafie sono uniformemente presenti in queste regioni, sia nelle poche aree di sviluppo a macchia di leopardo che nelle restanti e prevalenti aree abbandonate al degrado e al sottosviluppo. Sempre uniformemente, le mafie gestiscono il pubblico e il privato, la sanità e l’edilizia, controllano gli appalti e i servizi, controllano il territorio e beneficiano della privatizzazione dei servizi pubblici, sono gli attori principali dello scempio del territorio specie con il grande affare dei rifiuti.

Torniamo ora al governo nazionale e, in particolare, a quello incombente, con il suo annunciato giro di vite contro la criminalità organizzata: un giro di vite che, pensate un po’ che fantasia, prefigura maggior repressione poliziesca dopo un quinquennio improntato ad indebolire alcuni importanti presidi di contrasto alla criminalità mafiosa. Primo tra tutti (anche in ordine temporale) la rimozione di Tano Grasso da commissario antiracket e antiusura e lo snaturamento del ruolo di quell’ufficio che doveva servire ad incrementare e sostenere la resistenza dal basso delle associazioni antiracket. E’ seguita a ruota la soppressione dell’ufficio del commissario per i beni sequestrati alla mafia e poi, più che il supporto, una vera e propria lotta al controllo e alla acquisizione dei patrimoni illeciti dei mafiosi, con il famigerato “scudo fiscale” che ha permesso il rientro anonimo (e quasi gratuito) dei patrimoni esportati all’estero da speculatori e da mafiosi. Sempre a seguire la recente proposta di legge che consentirà la riapertura dei procedimenti (definitivi perché passati in giudicato) di confisca dei beni mafiosi a chiunque ne abbia un interesse giuridicamente valido: una strana e abnorme formula di cui solo le mafie potevano sentire la necessità e, per di più, proprio mentre in occasione dell’omicidio Fortugno si è appreso che in Calabria i patrimoni mafiosi non sono stati nemmeno sfiorati dalle confische. Vi è, ancora, la ex Cirielli che interessa sì Previti, ma che azzererà anni di indagini e di processi per reati come l’usura o l’estorsione per la felicità di usurai, mafiosi e non, ed estortori, quasi tutti mafiosi. Oltre a queste misure specifiche “pro mafia”, ve ne sono state altre, più generali, di aiuto alle varie borghesie mafiose quali le politiche di smantellamento della sanità pubblica, dei condoni, delle sanatorie edilizie, delle privatizzazioni selvagge, ecc.: ancora una volta ha ragione Pisanu: lo Stato c’è, solo che arriva sempre in soccorso delle mafie.

Le recenti elezioni regionali – Sicilia esclusa – hanno favorito un notevole ricambio della classe dirigente. Non a caso, qualcosa comincia a muoversi e, così, Loiero in Calabria tenta di riformare la struttura burocratica regionale per sottrarle poteri che vuole attribuire agli enti locali, Vendola in Puglia tenta di mettere ordine nella sanità e di ripubblicizzare l’acquedotto pugliese: sono chiari esempi di politiche antimafia e le mafie non sono così stupide da aspettare inermi che abbiano successo.

Al fiume di retorica antimafia e alle politiche di palese sostegno alle varie mafie di questo “governo amico” dobbiamo opporre idee forti, che incidano sulle strutture di potere. La militarizzazione del territorio – condivisa anche da Prodi – è un’idea debole e non è certo in grado di incidere sui grandi affari, di ostacolare il riciclaggio, il controllo della spesa pubblica, degli appalti, della sanità, delle collusioni amministrative e di tutto ciò di cui si occupano le mafie. Un programma antimafia è facile da scrivere. Basterà fare, nei dettagli, l’esatto contrario di ciò che ha fatto il governo Berlusconi e, in generale, impegnarsi a rompere il blocco politico-mafioso, il suo enorme potere affaristico e clientelare basato sull’accaparramento delle risorse pubbliche a favore di pochi. Il lavoro, l’ambiente, la scuola, la salute, i servizi, la solidarietà sociale per gli esclusi (migranti, lavavetri e baraccati compresi) saranno alcuni dei campi sui quali giocare in concreto la partita contro le mafie e per la democrazia.