«Un’anomalia costituzionale senza precedenti»

Con l’approvazione della cosiddetta devolution la Camera modifica la seconda parte della Costituzione, frantumando i vincoli di solidarietà economica e sociale, demolendo i diritti dei cittadini. Ne parliamo con Maurizio Oliviero, professore di diritto costituzionale italiano e comparato presso la Facoltà di Giurisprudenza e Scienze politiche dell’Università di Perugia.

Professore, la Camera dei Deputati ha già approvato due articoli fondamentali: quello che istituisce il senato federale e il nuovo articolo 117, la cosiddetta devolution. Quali saranno le conseguenze sociali e ordinamentali?

Sono aspetti che coinvolgono profili diversi dell’organizzazione dello Stato. Nella riforma in discussione alla Camera non pochi sono i dubbi, le ambiguità e le perplessità in relazione alle possibili conseguenze che tali modifiche innescherebbero all’interno del nostro ordinamento. Cominciamo dalla devolution. E’ del tutto evidente che l’idea delle devolved matters costituisca un “momentaneo” ripiego operato da uno dei partiti di maggioranza che, constatata l’impossibilità di raggiungere il suo obbiettivo originario, cioè la secessione, abbia intrapreso la strada della demolizione dell’ordinamento. Non a caso la devolution è stata prima di tutto un evento mediatico e solo successivamente, ahimè, politico. Letta sotto questa luce la riforma proposta ha una sua tragica coerenza di fondo. La secessione diventa devoluzione e quindi demolizione. Ma l’aspetto più inquietante è che, quale fondamento giustificativo di questa obiettivo, sono state proposte improbabili analogie con alcune esperienze costituzionali comparate, come ad esempio il processo autonomistico che ha coinvolto la Scozia ed il Galles nella seconda metà degli anni ’90. E’ appena il caso di richiamare le profonde differenze fra la concezione del decentramento inglese e quello italiano e l’enorme divario che, rispetto alle autonomie locali, esiste fra l’assetto costituzionale inglese e quello continentale. Ma vi è anche di più. Il progetto di riforma oggi in discussione si spinge ben oltre le stesse esperienze costituzionali appena citate. Infatti, la logica della devoluzione prevede solo che alcune materie vengano cedute dal cento alla periferia e non che le Regioni si auto-attribuiscano poteri nuovi all’interno dell’assetto statale sottraendoli in tal modo al controllo parlamentare. E qui viene il secondo aspetto: l’anomalo federalismo italiano. Non vi è dubbio, infatti, che questa idea di devolution trovi terreno fertile in un innaturale processo forzato di federalizzazione del nostro Stato cominciato a partire dalla riforma del Titolo V..

Gli ordinamenti federali, come la storia costituzionale ci insegna, nascono in seguito a processi di unificazione di più Stati preesistenti, i quali sacrificando alcune parti della propria sovranità, devolvono alcune competenze proprie ad una gestione centralizzata. Il caso italiano si presenta come un processo esattamente opposto, che mira all’espropriazione di funzioni proprie di uno Stato per attribuirle alle Regioni: un’anomalia costituzionale di cui non si trova riscontro in nessuna esperienza precedente.

Un suo collega costituzionalista sostiene che in realtà la devolution che spacca l’Italia nel testo approvato in aula non esiste più. Lei cosa ne pensa?

Non sono d’accordo. Alcune materie che si vogliono attribuire all’esclusiva competenza delle Regioni attengono innanzitutto a diritti sociali. La devoluzione, in questi casi, comporterà una differenziazione in termini di prestazioni garantite dalle diverse Regioni, intaccando principi che sono alla base della nostra tradizione costituzionale, civile e culturale, quali l’eguaglianza e la solidarietà. Vi sono poi altre materie, come ad esempio la polizia locale, che temo non siano previste con sole finalità di tipo amministrativo. Il dubbio è forte e coinvolge il più delicato profilo relativo alla garanzia e all’effettività dei diritti di libertà: queste discipline non possono essere sottratte al legislatore nazionale. Appare chiaro quindi che dietro la presunta modifica formale della Parte II della Carta costituzionale, si nasconda in realtà anche lo smantellamento di tutti quei principi contenuti nella prima parte della Costituzione, che qualificano la natura e l’ispirazione del nostro ordinamento. Sotto questo profilo è facile intravedere forti dubbi di costituzionalità della riforma. Con ciò non voglio dire che le disposizioni relative all’organizzazione dell’ordinamento repubblicano siano iscrivibili tra le norme immodificabili della nostra Carta, ma semplicemente che le innovazioni che riguardano le regole del potere, e cioè la forma di stato e la forma del governo, debbono necessariamente essere coerenti e compatibili con le regole fondanti il nostro ordinamento che, appunto, sono contenute nella prima parte della Costituzione.

Infatti lei, in una precedente occasione, ha parlato di demolizione dei diritti, ma, ha aggiunto anche della politica. Qual è il nesso tra la cosiddetta devolution e i poteri del premier e il ruolo del parlamento?

Credo che la definizione più efficace sia stata data in un recente scritto dal Prof. Gianni Ferrara, il quale ha rilevato come questa “devastante manipolazione della forma di governo parlamentare” non abbia nulla a che fare con la democrazia, ma va denominata per quello che è in sostanza, e cioè una “monocrazia”. Una monocrazia che si realizza mediante l’attribuzione di poteri “assoluti” nelle mani del titolare di un solo organo, il Primo Ministro. Tra i tanti vorrei solo ricordare del potere di scioglimento del Parlamento, che diventerebbe un monopolio del Capo del Governo. Oltre al potere permanente del Premier di chiedere al Presidente della Repubblica lo scioglimento delle Camere (a prescindere da qualsiasi manifestazione di sfiducia), la riforma governativa giunge fino ad estendere il principio del simul stabunt simul cadent già previsto per il governo delle regioni. Tali preoccupanti concentrazioni di potere si realizzano comprimendo il ruolo del Parlamento, trasformato in un organo destinato a formalizzare in atti legislativi l’indirizzo politico del capo di governo. E con la definitiva introduzione dell’immunità per il Premier, in barba anche alle ultime illuminate pronunce della Corte costituzionale, a quest’ultimo si garantisce libertà di azione incontrollata per tutto l’esercizio del suo mandato. Nel panorama costituzionale degli ordinamenti democratici il modello proposto non ha eguali. Mi chiedo, in una tale organizzazione di poteri, chi potrà esercitare una sia pur minima forma di controllo sull’attività del premier-monarca? Non il Parlamento, costantemente sottoposto al ricatto dello scioglimento, ma nemmeno il Presidente della Repubblica, se si considera, ad esempio, che i disegni di legge presentati dal governo, nella riforma sono svincolati dall’autorizzazione da parte del Capo dello Stato. Si realizza una sorta di circuito chiuso, che pone al centro il capo dell’esecutivo, ed intorno a lui, in funzione assistenziale e decorativa, gli altri organi costituzionali.