Un’analisi di Paolo Mastrolilli sulla società americana

Soli, nel centro della città più trafficata al mondo. Soli, nel paese col sistema di comunicazioni più esteso del pianeta. Soli, nella nazione che più si vanta di proteggere il valore della famiglia. Gli americani ci hanno abituato alle contraddizioni, e comunque non sorprende scoprire che la cultura più individualista della Terra è anche la più solitaria.
Il dato è indiscutibile perché lo ha prodotto il Census Bureau, cioè l’ufficio di statistica federale: 27,2 milioni di americani vivono da soli, il che equivale al 26% dei nuclei familiari. Sono più delle famiglie tradizionali,. composte da padre, madre e figli naturali, che arrivano solo al 22% del totale. Il 21 % sono coppie sposate senza figli, 1’8% sono genitori separati con almeno un figlio, mentre le coppie di fatto, i nuclei multigenerazio¬nali, e i nonni che allevano nipoti restano una minoranza.
L’isola di Manhattan, come era facile aspettarsi, guida la graduatoria: con 354.336 single, cioè il 48% del totale dei nuclei familiari, è la zona del paese che ha la più alta concentrazione di cuori solitari. In questo gruppo la maggioranza sono le donne, 56%, ma c’è anche un 23% di anziani sopra i 65 anni che non dividono la loro casa con nessuno.
La tendenza è consolidata, perché dagli Anni Novanta in poi il numero dei single è aumentato del 21 %, più di tutte le altre categorie.
Cosa significano questi dati? Immoralità, tristezza, libertà? E’ difficile generalizzare, senza andare ad esaminare le situazioni caso per caso. Comunque i sociologi e gli esperti del settore qualche idea ce l’hanno. Secondo Gordon De Jong, professore al Population Research Institute della Pennsylvania State University, una chiave di lettura è quella economica.
Oggi il numero di persone che va all’università, e quindi ottiene posti di lavoro ben retribuiti, è più alto del passato. Questa gente può permettersi di scegliere con maggior facilità e vivere da sola quanto vuole. Il discorso, col passare delle generazioni, si sta allargando sempre di più alle persone anziane, che hanno la disponibilità economica per restare nella propria casa anche quando perdono il coniuge.
Thomas Coleman è una fonte di parte perché dirige Unmarried America, l’associazione che promuove gli interessi politici dei single. Lui, comunque, aggiunge un dato sociale: «Le norme e la percezione stanno cambiando. Un tempo le persone che vivevano da sole, soprattutto le donne, venivano viste con tristezza. Oggi non è più così». L’autostima non è più basata sul fatto di essere sposati e avere figli».
Vivere soli, insomma, non significa necessariamente vivere in solitudine. I nuovi single vogliono la privacy assoluta tra le mura di casa, e i rapporti sociali fuori. C’è anche un elemento logistico, almeno a Manhattan, secondo la direttrice di Citymeals-on Wheels Marcia Stein.
La sua organizzazione distribuisce ogni giorno i pasti a 17 mila anziani soli, e si imbatte in persone che vivono bene: «In campagna o in periferia è più difficile tirare avanti, perché sei isolato e quanto meno devi guidare la macchina. In città, invece, tutto è a portata di mano: la banca, il parco, il museo, il caffè o il negozio con la consegna a domicilio. Poi ci sono i vicini, in genere sullo stesso pianerottolo, e i portieri, su cui si può fare affidamento per le emergenze».
Qualunque sia il fattore predominante, sempre più americani si stanno convincendo che è meglio essere soli, piuttosto che male accompagnati.

LO PSICHIATRA
Meluzzi: Il futuro sono gli amici e il condominio solidale

Le famiglie del futuro sono gli amici. Le comunità il condominio solidale. Ne è convinto lo psichiatra Alessandro Meluzzi, che con Marsilio ha pubblicato il saggio «Neomonasteri e rievoluzione – Utopia, comunità e spiritualità nell’era della new economy».
Dunque, in un certo senso si torna indietro, alle convivenze allargate, ai gruppi numerosi, al tutti insieme appassionatamente e faticosamente…)…
«Sì, è così. Nell’ultimo mezzo secolo si è passati dalla famiglia patriarcale allargata, quella con i nonni, gli zii e la cognata tutti conviventi, alla coppia; e dalla coppia alla singletudine. N ella famiglia ci si stava per costrizione, non per scelta. Era un luogo che richiedeva molti sacrifici personali, soprattutto alle giovani donne, però nessuno veniva lasciato solo: non la I puerpera con la depressione post partum, non l’anziano ammalato, non l’alcolista… La coppia si fonda sulla scelta, sulla convinzione che a tenere insieme due persone siano le stesse ragioni che le hanno messe insieme: un’idea tra il romantico e il velleitario, sbagliata, infatti la coppia scoppia. Il terzo passaggio, oggi sotto i nostri occhi, è quello di quanti .rifiutano di entrare nel tritacarne della coppia, oppure ne sono usciti, e vivono da soli».
Tutte persone che non fruiscono più dei vantaggi del «welfare famigliare». Chi si occuperà di loro?
«Oggi si fa frequente ricorso ai mercenari, ma è folle pensare che uno stato sociale possa reggersi a lungo così. Già il welfare delle badanti”, che mette insieme due debolezze – quella dei nostri anziani soli e quella delle romene povere che lasciano i figli piccoli per venire a lavorare qui – non durerà a lungo. Quanto agli interventi pubblici, nessun sistema fiscale può reggere l’incremento del 7% annuo di domande per prestazioni sanitarie e assistenziali. Prestazioni che, tra l’altro, rispondono spesso in modo improprio e costoso a richieste d’affetto e di attenzione. Un’ecografia in più per un abbraccio in meno…».
Dal punto di vista psichiatrico, il dilagare della solitudine, sia pure come scelta di vita, ha
conseguenze già riscontrabili?
«Come no. L’aumento della depressione, dei suicidi, delle dipendenze in età adulta…».
Allora lei è pessimista?
«No, perché ci sono già nell’aria i segni dell’ avvento di una sorta di welfare diffuso basato su solidarietà e autogestione. Forme nuove di comunitarismo che nulla hanno a che vedere con gruppi religiosi e sette, in crescita anch’esse proprio come conseguenza della dilagante solitudine. Penso al modello del condominio solidale”, ai progetti delle persone che già oggi, ancora giovani ad autosufficienti, si organizzano un futuro in gruppo per il piacere di invecchiare insieme e la necessità di darsi reciproca assistenza. Sono forme già più diffuse di quanto si pensi. Gruppi di single, coppie senza figli, che fondano cooperative, acquistano o ristrutturano cascinali… Credo che anche gli immobiliaristi dovranno presto riconvertirsi in questa direzione».