Un’altra sinistra è necessaria? Sì, comunista, anticapitalista, di movimento, per l’alternativa

Lo scorso 19 giugno il compagno Salvatore Bonadonna esce su Liberazione con un articolo col quale nega l’esigenza di una forza comunista e anticapitalista ( così come la Lista per le europee l’ha evocata e la evoca) proponendo una sorta di Arcobaleno di destra che si spinga sino al pensiero liberale, a Pannella, alle forze cattoliche e a quelle socialdemocratiche (quali? n.d.r.). Tale nuovo soggetto – secondo l’Autore – avrebbe in sé la forza “di mettere in discussione il modello di sviluppo attuale” ( quello capitalistico, dunque). Non occorrono troppe parole per dimostrare la fragilità di un tale assunto, nel senso che è davvero difficile pensare di affidare ad un Arcobaleno di tale fatta il compito di una vittoria sul capitalismo.

Il punto, tuttavia, non è dimostrare la velleitarietà della proposta di Bonadonna, poiché essa si dimostra da sola. Interessante è invece come si giunga a riformulare la vecchia e consunta proposta occhettiana e bertinottiana volta alla cancellazione definitiva di un partito comunista in Italia.

L’articolo che Bonadonna pubblica ieri su Liberazione ( “Un’altra Sinistra è necessaria”) ci aiuta a decodificare tale percorso concettuale.

Nell’intervento di ieri il Nostro attacca da destra la proposta di Federazione tra PRC, PdCI, Salvi ed altri soggetti anticapitalistici e di movimento che sarà presentata domani a Roma.

Come organizza tale attacco? Lungo questa catena concettuale: primo, saremmo di fronte ad una “ crisi di sistema del capitalismo globalizzato” e ad una crisi della democrazia che richiederebbero l’unità ( indistinta! ) della sinistra; secondo, saremmo di fronte ad un cambiamento della composizione del movimento operaio che metterebbe in scacco le sue organizzazioni storiche ( i comunisti innanzitutto); terzo, occorre dare una risposta alla crisi della socialdemocrazia attraverso la costruzione di un soggetto unico di sinistra ( una risposta di destra, dunque, rispetto alle stesse opzioni socialdemocratiche classiche); quarto: per costruire tale soggetto non possiamo limitarci alla Federazione dei comunisti e di altre forze anticapitaliste ma “ è necessario investire sulle aree sociali e culturali che fanno capo al PD come all’IdV, al raggruppamento di Sinistra e Libertà, ai Radicali, come ai filoni di cattolicesimo democratico presenti nell’UDC”.

Occorre uno smascheramento di classe delle tesi di Bonadonna. Primo: utilizzando la categoria di “ crisi del sistema capitalistico globalizzato” in senso vago, il Nostro riesce a rimuovere il punto centrale e cioè il durissimo attacco che da oltre un ventennio il capitale sferra – nell’assenza di un’ opposizione politica e sindacale di classe – contro il lavoro e contro i diritti ( è qui, Bonadonna, la crisi della democrazia), attacco senza opposizione che è la base materiale comune della vittoria delle destre, della crisi profonda delle socialdemocrazie ( le quali, senza la possibilità di una redistribuzione minima del reddito perdono il loro senso sociale e storico) e della crisi stessa delle forze comuniste ed anticapitaliste che, interiorizzando spesso e su vasta scala la “necessità” della concertazione generale (come l’esperienza subordinata nel governo Prodi, la fondamentale accettazione dell’Europa di Maastricht ed una interpretazione delle politiche imperialiste e di guerra degli Usa e della NATO come una sorta di “dati naturali” hanno dimostrato) rischiano di svuotarsi anch’esse di senso storico e di ruolo sociale.

Il secondo punto ( cambia la composizione del lavoro e del capitale e dunque tramonta il ruolo dei comunisti) è un luogo comune moderato, funzionale agli interessi dei padroni e così trito e ritrito che non varrebbe la pena riaffrontarlo, dato che persino gli economisti borghesi pongono il problema ( che è anche un problema del capitale, poiché è base del rapporto nefasto sovrapproduzione/sottosalarizzazione/sottoconsumo) secondo il quale è proprio in virtù dell’aumento della potenza produttiva del sistema macchinico generale del capitale che aumenta lo sfruttamento oggettivo sulla nuova forza lavoro. E che c’entra questo, dunque, col tentativo di ratificare il tramonto delle forze comuniste e anticapitaliste italiane che anche in virtù di questo nuovo quadro disporrebbero invece ( se non fossero minate da tante carenze soggettive e da tanta storia sbagliata: l’eurocomunismo, la Bolognina, il bertinottismo, un certo “cretinismo parlamentare” ) delle basi materiali per rilanciarsi ?

Il punto è che Bonadonna, invece di porsi finalmente il problema della risposta di classe all’attacco del capitale, cerca una scorciatoia politicista per affermare la fine del progetto comunista e anticapitalista, trovando tale risposta nella proposta di un soggetto di salute pubblica strutturato e di carattere partitico ( che è ben altra cosa persino da una transitoria alleanza elettorale) che vada dai comunisti sino a Pannella, Di Pietro e l’Udc passando per Vendola e le forze della sinistra moderata e liberale ( peraltro: proposta Bertinotti).

Noi crediamo tutt’altro: crediamo cioè che la Federazione di forze comuniste e anticapitaliste possa essere un primo passo verso l’esigenza centrale di riconsegnare alla classe il punto di riferimento per il conflitto e la trasformazione sociale; un primo passo per riconsegnarle un unico partito comunista di lotta, di quadri e di massa, autonomo e unitario e proprio in virtù di questi segni culturali cardine dell’unità d’azione con le forze anticapitaliste, di movimento e di sinistra. Contro le destre e per l’alternativa.

*direzione nazionale PRC