Un’altra politica per chiudere i Cpt

D’Alema e Fassino sbagliano, i centri di permanenza sono incompatibili con lo stato di diritto. E la chiusura delle frontiere moltiplica i migranti irregolari

La lettera aperta a D’Alema del presidente del consiglio comunale di Firenze Eros Cruccolini (il manifesto, pagina toscana, 2 agosto 2005, Liberazione 3 agosto) ha avuto l’indubbio merito di rimettere in moto il dibattito sui centri di permanenza temporanea (Cpt) che era stato «gelato» dagli eventi terroristici di Londra e Sharm el Sheik. Negli ultimi mesi all’interno dell’Unione si era sviluppata una discussione interessate e promettente sui Cpt. L’incontro sull’immigrazione alla Fabbrica di Prodi si era chiuso con la consapevolezza che i Cpt sono incompatibili con l’idea di uno Stato di diritto che tuteli la libertà individuale. Poco dopo ben 14 regioni hanno invitato a chiudere i Cpt e a trovare modi diversi per assicurare effettività alle espulsioni dei migranti irregolari. A queste prese di posizione Fassino e D’Alema hanno reagito sostenendo che i Cpt vanno sicuramente resi più o umani e decenti, ma sono necessari al controllo dell’immigrazione clandestina. Poi era giunto il sostegno dei principali partiti dell’Unione al pacchetto sicurezza Pisanu, che comprende anche espulsioni più facili per i sospetti fiancheggiatori del terrorismo internazionale. Infine si è verificato l’evento che ha dato spunto alla lettera di Cruccolini: al dibattito con Bertinotti alla festa de l’Unità di Firenze, D’Alema è stato molto severo con le regioni che hanno auspicato la chiusura dei Cpt. Velatamente ha sostenuto che esse non vogliono investire sulla qualità d’istituti necessari. La Toscana, in particolare, è stata sostanzialmente accusata di non volere i Cpt, non perché rappresentano un’inaccettabile violazione dello stato di diritto, ma perché deturpano un bellissimo paesaggio apprezzato in tutto il mondo.

Dietro le prese di posizione di D’Alema e Fassino sta la convinzione che i Cpt sono uno strumento indispensabile per la gestione dei flussi migratori, per cui l’unica scelta politica possibile è sforzarsi di renderli degni di un paese civile e rispettosi dei diritti dei reclusi. Insomma i vertici dei Ds partendo dalla convinzione che l’Italia sarebbe invasa dai migranti clandestini se fossero chiusi i CPT, invitano a mobilitarsi per configurarli in modo che essi non suscitino più le censure del Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani e degradanti del Consiglio d’Europa o di Medici senza frontiere. Questa tesi sembra ignorare che ben difficilmente può essere considerata rispettosa dei principi di libertà ed uguaglianza una detenzione amministrativa, che si protrae per sessanta giorni, non è giustificata dal sospetto della commissione di un reato e colpisce una sola classe di persone, i migranti. Inoltre appare chiaro che un tale istituto stigmatizza i migranti come soggetti ontologicamente pericolosi e rappresenta quindi un muro di diffidenza che nessuna politica di accoglienza potrà mai superare, condannando i migranti ad essere per sempre persone di serie B, di cui in fin dei conti si fa bene a diffidare. Ma il nodo che vorrei affrontare è la premessa del ragionamento di D’Alema e Fassino: ossia la convinzione che i Cpt sono indispensabili per il governo dell’immigrazione. Su questo assunto si gioca il progetto politico dell’Unione sull’immigrazione, ma vorrei dire il modello di società che essa proporrà.

La convinzione che i Cpt siano indispensabili si fonda sull’idea che l’Italia (come l’intera Unione Europea) è inevitabilmente destinata ad essere un paese di immigrazione clandestina. Se le cose stanno così sarà sempre necessario un costante, severo ed occhiuto controllo di polizia sui migranti, di cui i Cpt sono perno essenziale. Ma è veramente questa l’unica politica possibile sull’immigrazione? Se noi andiamo a vedere i dati ci rendiamo conto che la gestione delle migrazioni negli ultimi quindici anni si è basata sulla gestione di canali di accesso regolari molto angusti, che sono stati resi quasi impervi dalla Bossi Fini, e sulle continue sanatorie. Tanto che si può dire, senza sbagliare di molto, che i due terzi dei lavoratori migranti oggi presenti sul nostro territorio sono giunti al regolare permesso di soggiorno grazie ad una sanatoria. Naturalmente la chiusura, pressoché totale dei canali di immigrazione legale, ha comportato l’arrivo di grande masse di migranti clandestini, difficilissimi da gestire perché privi di un nome, di un’identità, di un recapito e naturalmente con pochissimi diritti e quindi facile preda della criminalità organizzata. E’ veramente questo sistema, che tra l’altro provoca centinaia di morti sulle rotte dei clandestini, l’unico possibile per gestire l’immigrazione?

Una alternativa possibile potrebbe essere consentire di entrare regolarmente a chiunque dia garanzie di potersi mantenere per alcuni mesi in cerca di un lavoro in Italia. Per un migrante dare una garanzia del genere spesso è molto meno costoso (e rischioso) che pagare i mercanti di uomini che lo fanno entrare clandestinamente. Una politica di questo genere non sarebbe altro che anticipare gli effetti delle sanatorie. Impostare una politica dell’immigrazione su queste basi renderebbe inutili i Cpt e alleggerirebbe il lavoro delle forze dell’ordine. Non sarebbe più necessario inseguire fantasmi senza identità, non servirebbe rinchiudere persone tanto disperate da mettersi nelle mani di criminali senza scrupoli, non ci si dovrebbe affannare a stipulare accordi più o meno compromettenti (vedi caso della Libia) con governi di altri paesi perché riprendano persone partite dalle loro coste o le riconoscano come loro cittadini. I migranti che arrivano nel nostro paese avrebbero un’identità certa, un passaporto, delle impronte digitali, una dimora… e se un giorno dovessero diventare irregolari sarebbero facilmente rintracciabili e ancora più facilmente espellibili senza passare da centri che per quanto «belli» possano essere, ricorderanno sempre dei campi di prigionia (se non dei lager).

* Docente di sociologia del diritto, Università di Firenze