UNA VITA RESISTENTE:INTERVISTA AL PARTIGIANO WILFREDO CAIMMI

Sono passati già quasi 61 anni dal 25 aprile 1945, data della fine della guerra mondiale in Italia e della Liberazione. L’Italia tornava libera, piena di speranze di pace e democrazia, ma con alle spalle la distruzione totale delle città, la fame, la dittatura, l’occupazione militare straniera e la morte dei figli più giovani e più generosi. Il popolo Italiano chiudeva la pagina migliore della sua storia, la Resistenza, ed una nuova epoca aveva inizio. Tutto andava cambiato e ricostruito nel paese. Le speranze e le rinnovate energie riaccendevano la partecipazione democratica ed era ancora lontana la disillusione degli anni successivi, in cui non si è riusciti o non si è voluto trovare rimedio ai mali antichi e più radicati della società italiana. Uno dei tanti protagonisti di quella pagina viva, rimasti spesso anonimi per modestia, è Wilfredo Caimmi, il comandante “Rolando”, medaglia d’argento alla Resistenza. Wilfredo nel maggio 1944 è scampato all’eccidio di Monte Sant’Angelo ad Arcevia(AN). In quell’occasione tutti i suoi compagni e la famiglia di contadini che li ospitava, furono trucidati da 2mila nazifascisti che misero a ferro e fuoco l’Arceviese per due giorni. Wilfredo è una persona molto umile, schiva e riservata: chi non lo conoscesse a fondo potrebbe pensarlo quasi un asceta, ma lui asceta non lo è davvero. Per conferma potreste chiederlo ai tre soldati tedeschi buttati in acqua con le armi e tutto il resto al porto, mentre gli stavano rubando le bibite dal carretto del padre, che le produceva e rivendeva. Caimmi è davvero di poche parole e molte cose di lui le conosciamo solo grazie ai libri che, con fatica, ha scritto (in particolare“Ottavo chilometro”, “Al tempo della guerra”, “Marciavamo con l’animo in spalle” e “Con la pazienza degli alberi millenari”). Un importante pezzo della sua vita è custodito al Museo della Resistenza presso la Rocca di Falconara(AN). Lì dentro sono custodite le armi del suo distaccamento, quelle che, in ricordo dei suoi compagni uccisi, non aveva mai abbandonato. Consideriamo quindi un onore l’intervista che ci ha concesso e che vi proponiamo in questo numero. Una risposta forte a chiunque vorrebbe riscrivere la nostra storia, criminalizzando le lotte e le vittorie del movimento operaio e in questo modo portare indietro le lancette del tempo…
D: Raccontaci il perché della tua scelta di andare in montagna.
R: Avevo 18 anni, frequentavo il liceo scientifico, davo una mano al lavoro di mio padre e vivevo qui al Piano. Non mi piaceva il fascismo, non si poteva parlare liberamente, c’era la guerra ed i ragazzi più grandi di me morivano al fronte, poi venne l’occupazione nazista. Noi giovani amavano la Libertà, la cercavamo, sentivamo che bisognava crearla.
Come avete cominciato?
Avevamo una ben fragile organizzazione, ma dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943, quando l’esercito italiano si sfaldò, la prima cosa che facemmo fu di recuperare le armi dalle caserme anconetane come accaduto a piazza D’Armi, in via della Marina o in via Cialdini. Spesso le custodivamo al cimitero di Tavernelle. Il Partito Comunista forniva poi un camion con l’autista, che già sapeva dove portare le armi in montagna, nell’entroterra appenninico.
Nel 1943 i tedeschi avevano già subito la sconfitta di Stalingrado, c’era stato lo sbarco in Sicilia: si sapeva che ormai la guerra per i nazisti era persa?Non potevate attendere gli eventi come molti facevano?
Intanto qui c’erano i nazifascisti e comandavano loro. Gli eventi favorevoli andavano creati, non attesi. Noi prendevamo le armi e le portavamo in luoghi sicuri, creavamo poi i distaccamenti partigiani, cercavamo di conoscere e di spiare i nemici per poi poterli combattere nei vari paesi della zona.
Come erano organizzati i distaccamenti partigiani? Quali erano le figure principali?
Noi eravamo nelle Brigate Garibaldi, i partigiani comunisti. L’assemblea di tutti i combattenti prendeva le decisioni,in maniera democratica, e nominava i responsabili. Le figure fondamentali erano il commissario politico ed il comandante militare. Il commissario doveva coscienziare i partigiani, dando loro dei rudimenti politici ed economici. Doveva spiegare meglio ai volontari partigiani il perché si lottava contro il fascismo. Doveva infondere loro coraggio e conforto. Il comandante militare invece doveva spiegare l’uso della armi a chi, studente come me, sapeva usare solo la penna. Doveva valutare la consistenza dei nemici, le loro armi e la loro eventuale reazione di rappresaglia. Questo veniva fatto prima delle azioni, ad esempio come quando assaltammo la caserma fascista di Serra de’Conti o quella di Cabernardi, posta a difesa della miniera di zolfo che serviva ai tedeschi ed alla loro industria bellica.
Che rapporti avevate con la popolazione?
Molto buoni, le prime azioni che facemmo furono di ridistribuire il grano saccheggiato loro dai fascisti. Erano poveri contadini che ci aiutavano dandoci cibo, ospitalità e anche i loro figli, che venivano a fare i partigiani.
Hai voglia di raccontarci un episodio allegro e uno triste della tua esperienza partigiana?
Una volta eravamo in marcia di notte, al buio per i campi. Quando c’era un ostacolo il partigiano davanti lo segnalava a quello dietro, dicendo ad esempio:”Fosso” e così fino all’ultimo della coda. Tra di noi c’era un compagno balbuziente, in mezzo alla fila. Così quando cominciò a balbettare: “F..fo..fo…fosso!” quello che lo seguiva c’era già cascato dentro bagnandosi fino alla cintola. Il partigiano, furente, prese il colpevole per un braccio e lo strattonò in acqua con lui.
“Vattafadantelculo!” gli disse il balbuziente stavolta senza alcun balbettio! Tutti risero e poi lo mettemmo in coda alla fila, per ultimo, per evitare nuovi incidenti. Di episodi tristi ce ne sono parecchi, come il rastrellamento di Montefortino. Lì i fascisti evirarono i prigionieri…
C’è una persona che vorresti ricordare in particolare di quelle vicende?
Ricordo tutti i caduti, nei combattimenti, nei rastrellamenti. I morti rimanevano nel cuore….
Come hai proseguito la lotta dopo la Liberazione della provincia, nel Luglio 1944?
Siamo entrati nei gruppi di combattimento dell’esercito inglese. Eravamo migliaia di volontari, una divisione, la “Cremona”, contro i tedeschi. Eravamo insieme ai partigiani romagnoli sulla Linea Gotica, nella zona di Ravenna. Avevamo armi inglesi, divise inglesi, la democrazia dei distaccamenti partigiani era finita, sostituita dalla burocrazia militare. Ci era proibita la propaganda politica. Nella prima decade di aprile del ’45 cominciammo l’offensiva per travolgere i tedeschi avanzando verso nord. Ci ritrovammo il 25 aprile dalle parti di Venezia.
Come veniste accolti dalla gente?
Capirai…Ci aspettavano tutti, la popolazione e gli stessi partigiani che combattevano nelle zone occupate che stavamo liberando. Fu una festa.
Come vedi la situazione dell’Italia odierna?
Non bene, Berlusconi sta cancellando la nostra Costituzione, in cui sono garantiti quei valori e quei principi che hanno ispirato la Resistenza. Inoltre oggi siamo in una situazione di guerra e la guerra non va mai bene, è la cosa più brutta che esista e bisogna combatterla. Il nostro motto era “Guerra alla guerra!”
Con lo scorrere degli anni hai visto le lotte per la Libertà di tanti popoli. Con che occhi guardi, oggi, il popolo Vietnamita o quello Iracheno?
Trovo con essi grande una affinità di ideali, di amore per la Libertà. Sono i sentimenti che ispirano ogni Resistenza e ogni guerra di Liberazione.
Cosa ti senti di dire ai nostri giovani lettori? Qual è il nostro compito storico qui ed ora?
Le nuove generazioni devono proseguire, con altri mezzi, la lotta per la Libertà intrapresa da noi contro il fascismo.
Ma oggi chi è il nemico?
E’ quello di ieri:è la reazione che cerca di togliere la libertà guadagnate nel tempo. La reazione che oggi con Berlusconi cerca di cancellare la Costituzione e che con Bush sta portando il mondo alla guerra totale.