Una valle in marcia per salvare la Polti Sud

Erano molti di più dei 200 dipendenti della Polti Sud a sfilare ieri per le vie di Cosenza contro la chiusura della «Fiat calabrese». C’erano i genitori e i figli degli operai, c’erano i lavoratori delle fabbriche vicine, e «anche da fuori del nostro comprensorio», c’erano i sindaci, gli assessori della Regione, le comunità montane, gli studenti. Saranno state 2mila persone. Poi, una parte di loro è andata a bloccare l’A3, a sud di Cosenza, per qualche ora, finché, nel primo pomeriggio, è finalmente arrivata una voce dal governo che convocava azienda e sindacati a Roma per il 30 gennaio (dove ci saranno anche i lavoratori a presidiare Palazzo Chigi). I sindacati volevano che fosse il 27, ma vabbé l’importante è che un segnale sia arrivato. Intanto lo sciopero generale è andato bene. Poi vedremo. Perché la loro situazione non può richiedere tempi lunghi: la Polti vuole chiudere, fare le valigie e andarsene in Cina. Lo ha detto il 5 gennaio, lo ha confermato il 16 con le lettere inviate ai suoi stipendiati che hanno aperto il conto alla rovescia dei 75 giorni utili per trovare un compromesso (e facendo i conti, si scopre che il tempo scadrà il 9 aprile: coincidenza?).
Addio aspiratori, che saranno tutti prodotti dalla Polti Nord di Como, addio mitica Vaporella che finirà da qualche parte nella sterminata terra cinese. E’ questo lo scenario contro cui ieri si è mobilitata la valle del Savuto e che i sindacati vogliono scongiurare: «Devono ritirare i licenziamenti e salvare la Polti, che è la punta dell’iceberg di questo territorio – dice Luca Nicoletti, Rsu della Fiom – dove chiusure di fabbriche e cali di produzione sono all’ordine del giorno. Già siamo condannati perché siamo al Sud, come facciamo a resistere se ci tagliano le produzioni?». Solo l’indotto della Polti dà lavoro a circa 1.500 persone e la Valle tutta sta pagando lo scotto di una concorrenza sleale con i mercati emergenti. Di buono, per i lavoratori, c’è che tutti i soggetti politici, sindacali e sociali si rendono conto della situazione. Ne è un esempio la riunione di ieri di tutti i parlamentari calabresi che poi ha portato alla convocazione delle parti: «Il risultato raggiunto è solo un primo passo verso la soluzione dei grandi problemi occupazionali che affliggono la provincia di Cosenza (Legnochimica, Dne, Foderauto, Carisiel, settore tessile, ecc…)» spiega il senatore Antonio Gentile; ma non basta: «Bisogna che questi imprenditori cavallette vengano fermati, anche facendogli restituire i soldi pubblici così da costruire altre fabbriche. Montezemolo parla di etica nelle imprese, qui si fa l’etica – ammonisce il segretario nazionale Fiom Giorgio Cremaschi, ieri a Cosenza – Questo movimento di oggi (ieri, Ndr) andrà avanti e sono pronti anche ad occupare la fabbrica e a boicottare i prodotti Polti a livello nazionale».

Quando si parla di crisi, licenziamenti e delocalizzazioni al Sud bisogna però sempre tener conto di un altro fattore, ossia la diseguaglianza sociale: «Io lavoro là da 7 anni e posso dire che grande ammirazione per noi non l’hanno mai avuta – continua a raccontare Luca – tant’è che a Como avevano la pausa e noi no, avevano i ticket per il pranzo e i premi produzione e noi no, io ho fatto 60 ore di straordinari in un mese e lassù neanche una. Ecco, diciamo che nei nostri confronti c’è sempre stato menefreghismo».

E adesso la Polti Sud è sull’orlo della chiusura, ripercorrendo le stesse tappe che molti imprenditori hanno scelto di far correre alle fabbriche del Sud Italia.