Una valanga di «no» alle basi Usa

«Beh, lo sapevamo. Era previsto. Le basi non le vuole nessuno. Ma al Giappone servono e quindi in qualche posto le dobbiamo pure avere». Koizumi, con il vento più in poppa che mai dopo che il partito democratico ha deciso di suicidarsi in una complicata vicenda di e-mail fasulle, è raggiante come una Pasqua. La Banca del Giappone ha appena certificato che la locomotiva nipponica è ripartita, dopo 13 anni di recessione, figuriamoci se si preoccupa del fatto che 43.000 cittadini, l’89% di coloro che sono andati a votare per un referendum popolare, gli hanno educatamente mandato a dire che non vogliono aumentare le già pesanti servitù militari che sono costretti, da anni, a sopportare. Parliamo di Iwakuni, Giappone centrale. Ieri si è svolto, per la prima volta, un referendum popolare. Consultivo, per carità. I redattori (americani) della Costituzione, a suo tempo, decisero di umanizzare l’Imperatore e riconoscere partiti e sindacati, ma si guardarono bene dal consegnare alla giovane ed inesperta democrazia giapponese l’arma impropria del referendum abrogativo. Fatto sta che il messaggio politico è chiaro e forte, e persino la stampa giapponese, che nei giorni scorsi si è guardata bene dall’amplificare la questione (puntando sul quasi certo non raggiungimento del quorum) oggi dedica ampio spazio alla notizia. Mettendo in guardia il governo. «Non bisogna sottovalutare», è il titolo dell’editoriale dell’Asahi. «Quando il 59% dei cittadini si reca a votare (alle ultime politiche nella stessa città il tasso di affluenza alle urne è stato del 49%, ndr) ed esprime con una valanga di no (89%) una decisione del governo, il governo non può infischiarsene…» Consiglio sprecato, perché come si diceva, Koizumi non ha nessuna intenzione di bloccare l’accordo faticosamente raggiunto con gli Stati uniti dopo un lungo e umiliante negoziato. Di chiudere le basi e spedire a casa i 250 mila marines che ancora «occupano» parte del sacro suolo imperiale, come par di capire vorrebbe la stragrande maggioranza dei giapponesi, non se ne parla. Ma almeno allentiamo la pressione su Okinawa, che per ora sopporta il peso maggiore della «protezione». La «ristrutturazione» proposta dagli americani prevede una minima riduzione del personale e una vorticosa «Partita di giro». Qualche aereo in meno di qua, mille marines di più quaggiù. E così via. Iwakuni, dove fino alle dieci si sera è impossibile prendere sonno grazie alle esercitazioni dei caccia americani (pensate che invece l’aeroporto internazionale di Tokyo chiude, per rispetto del sonno dei cittadini, alle 21) ha detto no. Ci teniamo le servitù che già abbiamo, aveva dichiarato il sindaco Katsuyuke Ihara, che sembra si candiderà a governatore della regione, ma di raddoppiare il numero degli aerei e ospitare altri marines facciamo volentieri a meno. Di qui la decisione di indire il referendum, preceduta da un’astuta mozione. L’assemblea municipale ha infatti approvato una risoluzione in cui si vincola il sindaco a far rispettare la volontà dei cittadini. Una bella mossa. Non susciterà quello che nelle democrazie più evolute si chiama conflitto di attribuzione e di potere – e non provocherà certo un intervento della letargica Corte Suprema. Ma politicamente è segnale importante.

Se ne accorge, ma è l’unico, il Tokyo Shinbun. Che in prima pagina, ieri, accanto al titolo: «Basi americane, una valanga di no» pubblica, giustamente, altre notizie sul tema. L’annuncio ufficiale dell’Agenzia per la Difesa dei primi reduci dall’Iraq suicidi (tre, almeno), e un’intervista a Toshiyuki Obora e Nobuhiro Onishi, primi «prigionieri di coscienza» giapponesi ufficialmente riconosciuti da Amnesty International. Uno fa il cuoco in una scuola, l’altro è un assistente sociale. Dopo essersi fatti 75 giorni di carcere preventivo in isolamento, sono stati condannati circa 2000 euro di multa per «violazione di proprietà privata». Un paio di anni fa avevano distribuito dei volantini contro l’intervento in Iraq e l’invio dei soldati giapponesi sulla soglia di una caserma delle Forze di Autodifesa. Il giorno dopo un plotone di poliziotti si sono presentati all’alba nelle rispettive case, e li hanno arrestati. Difficile, per il governo, emulare quei solerti procuratori e disporre l’arresto di 43.000 cittadini. Ma di ascoltare la loro voce, democraticamente espressa, non se ne parla. «Cercheremo di convincere sindaco e popolazione a cambiare idea – ha dichiarato ieri il capo di gabinetto Shinzo Abe, uno dei possibili successori di Koizumi – ma nel frattempo è ovvio che l’accordo va avanti». Il popolo ha parlato. E allora? Che c’entra?